Amanda Gorman all'Inauguration Day di Joe Biden, 20 gennaio 2021
Detto in versi

Amanda Gorman, l’Inauguration Day e la vita dentro la storia

In questo articolo metto in ordine gli spunti di discussione nati a partire da un post che ho scritto su Facebook il 21 gennaio 2021 a proposito della performance di Amanda Gorman all’Inauguration Day della presidenza di Joe Biden il giorno precedente.

Forse è la prima volta che la performance del poeta incaricato di leggere un testo d’occasione scritto in omaggio all’amministrazione entrante è passata così, decisamente, osservata. Di Amanda Gorman hanno parlato davvero tutti e il testo pronunciato sulla scalinata di Capitol Hill a Washington era online nel giro di pochi minuti. Che io sappia, mai questo breve momento in una cerimonia che celebra una nazione e la sua proiezione imperiale aveva avuto tanta risonanza. La tradizione inizia con John Kennedy, che invita l’ormai anziano Robert Frost a leggere una poesia all’interno della sua cerimonia inaugurale, e viene ripresa da Clinton per essere continuata dai suoi successori democratici.

La figura del poeta che legge un componimento d’occasione all’Inauguration Day non è però spia di una considerazione sociale del poeta maggiore che da noi. Insomma, negli Stati Uniti non ci sono poeti che, grazie alla loro attività letteraria, vivono in prima classe, come nel divertente racconto Passaggi di carriera di Martin Amis. Magari, tra i poeti che emergono, c’è chi se la passa molto meglio che da noi, ma probabilmente ciò avviene grazie a una combinazione di lingua passe-partout, influenza culturale globale e maggiore capacità della società di dare spazio ai talenti.

Amanda Gorman, davanti a quel microfono e durante un’inaugurazione surreale e praticamente senza pubblico, ha però messo in scena un concetto che noi – e con noi intendo noi europei, quasi tutti – non capiamo più, perché siamo ormai popoli a sangue freddo: le Nazioni vere non vivono di solo PIL, ma anche di idee, desideri e prospettive. Amanda Gorman, ieri, ne ha incarnate parecchie fasciata dal suo cappotto giallo. La vacanza dalla storia nella quale viviamo da questa parte dell’Atlantico – pensando pure che ciò sia lo stato angelico e perfetto dell’umanità, che gli altri prima o poi coglieranno e seguiranno – porta a non capire che una performance come quella non è decorativa, non è l’elemento rituale di una parata, ma un modo potente per rappresentare una visione. Non è una cosa fatta perché lo prescrive uno stanco protocollo o perché lo vuole la tradizione. Una performance così viene messa in scena perché veicolare senso e significato, in una Nazione viva, è la base di tutto.

We the successors of a country and a time
Where a skinny Black girl
descended from slaves and raised by a single mother
can dream of becoming president
only to find herself reciting for one

Questi non sono versi memorabili e nella poesia pronunciata da Gorman, a mio parere, non ce ne sono. Ma non è per questo motivo che è scritto il testo. Di questo genere di componimenti d’occasione si perdono le tracce. È il loro destino, come quello di certi premi Nobel: l’istituzionalizzazione al massimo livello fa questo effetto. Tuttavia, queste parole, pronunciate in a Capitol Hill da una come lei, sono potenti. Gorman e i suoi versi erano un tutt’uno: abbasta inutile l’esercizio analitico di separarli. Chiaramente, qui andiamo oltre i limiti della letteratura ed entriamo nel teatro anatomico del momento. Retorica? Sì, a pacchi. Ma anche un’istantanea da consegnare agli annali e dove una parte della nazione, quella che si accinge a governare, ha mostrato visioni e nutrito aspettative.

Facciamo il confronto: il momento dell’ultimo anno che noi europei consegniamo alla storia è una mega-trattativa dalla durata record fra capi di governo e ministri in completo o tailleur. Di cosa si è trattato? Soldi. Quanti sborsarne quanti prestarne, a quali tassi, con quali inghippi e con quali veti. Forse qualcuno pensa che questo sia il punto di arrivo, la massima maturazione di una civiltà.

Forse lo è davvero; tuttavia, con il rischio di sbagliare, credo che una giornata come quella del 20 gennaio 2021 si incarichi di mostrarci che cosa succede dove la storia accade ancora. Succede anche altro, è vero, e gli ultimi anni ce lo hanno ricordato – ma ogni anno, in verità, ce lo ha ricordato in forme diverse. Gli Stati Uniti sono una potenza e vivono nella storia: ciò significa utilizzare violenza verso l’esterno e coltivarne all’interno. Ma le potenze non possono fare a meno neppure di vivere di protagonismo e di celebrare sé stesse. E negli Stati Uniti di narrazioni e celebrazioni ne coesistono numerose. Quella messa in scena da Gorman è una narrazione che convince sicuramente chi prova simpatia politica per l’amministrazione entrante. Alle nostre latitudini, però, mostra anche diversi altri aspetti impressionanti: una giovane donna di colore, di appena 23 anni, viene incaricata di prendere la parola in uno dei contesti più visti e analizzati dell’anno. Lo fa salendo su un palco dove si erano già avvicendate due pop star planetarie e il nuovo Presidente. Lo fa leggendo un testo poetico composto per l’occasione. Un’analisi del testo, mettendo in evidenza i principali tratti stilistici del componimento, l’ha fatta su Facebook il critico Davide Castiglione.

Il testo di intitola The Hill We Climb (La collina da scalare) e mi è sembrato un riferimento abbastanza diretto alla “città sulla collina” , ovvero una radicatissima metafora, di matrice bianca e puritana, dell’eccezionalismo americano. Che una ragazza afroamericana si impossessi di questo mito, mi sembra un gesto culturalmente molto forte. C’è poi un “noi” collettivo al centro del componimento – che al nostro orecchio suona piuttosto retorico – e ci sono figure di suono marcate e molto orecchiabili, che restituiscono un ritmo sostenuto che Gorman ha sottolineato con movimenti delle mani e che mi ha ricordato la recita dei salmi e le forme della spoken word. L’ho trovata una sintesi efficace di elementi tradizionali e contemporaneità. Nulla di nuovo, ma contemporaneo sì.

Forse anche l’europeo che è in me, al primo ascolto, ha trovato molta retorica e pochi “appigli” letterari. Riascoltandola, ho dovuto cambiare assetto mentale. L’educazione estetica che ho ricevuto mi ha insegnato a cercare la conoscenza nella meraviglia e nell’altezza della parola; ma Gorman parla a un uditorio che non cerca accrescimento conoscitivo, ma ispirazione e messaggi che risuonino dentro e facciano sentire parte di un’esperienza.

Credo sia proprio ciò che mi ha più colpito dell’esibizione di Gorman: il fatto che sia stata un’autrice di versi a prendersi la scena questa volta. La sua capacità di impersonare simbolicamente molte aspirazioni, con ciò che è, ciò che ha scelto di dire e come lo ha detto, le ha permesso di bucare l’indifferenza in cui il momento dell’inaugural poem cadeva sempre nelle precedenti occasioni.

Di là hanno Trump, mezzo Paese in assetto secessionista, le statue abbattute, le uccisioni della polizia e le rivolte nelle città. Noi parliamo di tasse, pensioni e decoro urbano. Non è difficile capire dove la storia sta scorrendo e dove no. Noi viviamo sicuramente meglio, ma assopiti. Da noi, nessuno potrebbe prendere la parola come ha fatto Amanda Gorman e diventare, all’istante, un simbolo di aspirazioni e orizzonti.

E dopo averne tanto parlato, beccàtevela, Amanda Gorman.

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Amanda Gorman, l'Inauguration Day e la vita dentro la storia
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Con i suoi versi durante l'Inauguration Day di Joe Biden, Amanda Gorman è diventata il simbolo di aspirazioni e orizzonti di una nazione.
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Marco Bini

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