Andrea Gibellini
Detto in versi

Un’essenziale alchimia non predeterminata. A colloquio con Andrea Gibellini

Intervista ad Andrea Gibellini pubblicata sul numero 86 di “Atelier”, luglio 2017.

«Volendo utilizzare un’immagine molto forte, facendo un discorso estremo, mi viene da dire che oggi siamo in una situazione da Basso Impero per quanto riguarda la letteratura. Il livello letterario, nella scrittura e nel pensiero sulla poesia, secondo me si è molto abbassato negli ultimi anni». Andrea Gibellini sceglie di iniziare da qui il nostro dialogo per le pagine di “Atelier”. Il pretesto è l’uscita nel 2016 del suo terzo volume di versi, Le regole del viaggio, per Effigie. Un libro di pochi e preziosi testi che distillano quindici anni di riflessione poetica di una delle voci principali della generazione nata negli anni Sessanta – il precedente volume, La felicità improvvisa, risale infatti al 2001. Tuttavia, come sempre capita parlando di poesia con Gibellini, il discorso prende strade impegnative, va ben oltre l’intento iniziale e l’occasione particolare, si fa ambizioso. Perché, oltre che apprezzato poeta, Gibellini è anche una mente che pensa poesia e alla poesia, sempre alla ricerca di un’ispirazione alta e impegnata nel tessere un ordito robusto attorno alle proprie ragioni di poeta e alla propria scrittura. Logico quindi che la conversazione prenda traiettorie tutte sue, toccando i temi portanti del nuovo libro, per poi allontanarsene e successivamente farne ritorno, in una sorta di “elastico emotivo” (come da titolo di un bel libro di saggi dello stesso Gibellini) sempre pronto a scattare.

È la cosa che percepisci più di tutte, questo abbassamento di livello?

Sì, ma oltre che l’abbassamento vedo anche una ritirata.  Per semplificare si può dire, ma Pasolini soprattutto agli inizi degli anni Settanta già ci aveva molto riflettuto, che qui da noi in Italia, il rapporto tra poesia e potere rimane un rapporto complesso, quasi misterioso, che porta la poesia stessa come a degradarsi fino alla stagnazione. E Pasolini ne vedeva probabilmente gli inizi. Ecco diciamo che la poesia viene spesso e volentieri declinata verso uno statuto non suo, dove il problema della poesia, in ultima analisi, non è mai direttamente il problema, ma altro, costantemente, altro. Invece la poesia dovrebbe essere un animale più libero, dovrebbe vivere una vita più brada ma sempre con una propria consapevolezza e intelligenza poetica e soprattutto anche critica di se stessa. Non si dà mai una poesia intransigente, diciamo severamente lirica, in una società che si priva di un proprio intendimento critico. E parlo anche del pubblico della poesia. Considerando anche il fatto che nei casi migliori la poesia, di questa nostra poesia che stiamo facendo, non rimarrà quasi nulla; Montale scrive ironicamente di un qualche studente futuro che studierà le sue “frasi stancate” e li trasformerà in versi veri; a noi molto probabilmente non toccherà neanche quello; ma, in definitiva, soltanto il corpo a corpo con la poesia può stabilire un qualche valore, tracciare un qualche percorso di sangue, è l’unica strada, non ne esistono altre. Chi scrive poesie pensa sempre al contingente, di non avere tempo, e allo stesso tempo pensa che quello che sta scrivendo possa inoltrarsi nel futuro. Certo, è una speranza. E intendiamoci: molto probabilmente la poesia è sempre “aristocratica”, credo faccia parte del suo DNA, un’arte di nicchia che praticano poi davvero in pochi e pochi davvero seguono, ma le persone ci sono e possono essere persone attente, per questo felicemente imprevedibili. È venuta  a  mancare, nel corso del tempo, una società letteraria, all’interno della quale fare un’attività propositiva. Fare riviste in un certo modo, incontrarsi, sollecitare un pubblico, cioè farlo avvicinare (e vanno bene anche solo gli utenti di una biblioteca) sono cose terribilmente difficili nella nostra società. Però non è solo questione di impedimenti esterni: qualcosa si è degradato anche in chi se ne occupa, è venuta a mancare l’altezza conoscitiva del fare poesia e dell’occuparsene. Da quando sono entrato io in questo mondo, ormai più di trent’anni fa, le cose sono cambiate. E non in meglio. Quando ero giovane c’erano ancora letterati e poeti di spessore, vivi e spesso ancora pienamente operanti: Sereni era scomparso da poco, ma c’erano Fortini, Bertolucci, Caproni, Luzi, Giudici, Amelia Rosselli. Poi c’erano i miei “fratelli maggiori”, che rispondevano al nome di Conte, Cucchi, D’Elia, Magrelli, Pusterla, Ceni, Pagnanelli, e i meno giovani rispetto a loro Bandini e Piersanti. Mi piace ricordare anche la figura poetica di Ferruccio Benzoni (e con lui di Simoncelli e di Valeri della rivista ‘Sul Porto’). E di Antonio Porta che io vidi e apprezzai in una delle sue ultimissime letture, era appena uscito Il giardiniere contro il becchino titolo-immaginea simbolo e forza della poesia. La poesia è un processo interiore che può scaturire in qualcosa o in nulla, non esistono certezze. In pratica potevi anche non essere d’accordo con il loro lavoro, ma non potevi non riconoscerne la serietà e la capacità di suscitare interesse con il loro lavoro di poeti. I libri che uscivano si leggevano con una certa avidità, si pensava sempre di trovarsi di fronte a un libro decisivo a ogni nuova uscita. Nel senso in cui Roland Barthes affermava di essere stato contemporaneo di Proust, noi lo siamo stati di Montale. Ora mi pare che questo clima di interesse, e questo patrimonio di consapevolezza sia scemato o decaduto.

Ma tu quando hai cominciato a scrivere? Quando hai capito che la poesia ti interessava e che volevi essere poeta? È stato anche per l’influenza di questi autori che hai letto e ammirato, o era un impulso preesistente?

La passione per la poesia è nata al di là delle letture che ho fatto negli anni. Forse è stata decisiva la lettura di Montale fatta sui banchi di scuola. Però credo anche che il click iniziale, quello che origina tutto e ci rende ricettivi a certe letture, lo abbiamo dentro di noi. Qualcuno ti accende l’interruttore, ma l’interruttore lo devi avere dentro altrimenti non succede niente. Mi colpiva Montale, così come mi colpivano i maledetti francesi, Baudelaire, Rimbaud, che sono sempre una forma di liberazione, aprono delle finestre di luce alla nostra interiorità. Nell’adolescenza questa passione per la poesia si è incistata in me con un certo furore. Con il passare del tempo ho iniziato a leggere molto i miei coetanei e i poeti più grandi di me, ma sempre in qualche modo cercando di superarli nel momento in cui anche io ho voluto scrivere. Non volevo fermarmi a loro, volevo arrivare altrove senza limitarmi a una forma di imitazione – che pure, a volte, è quasi inevitabile all’inizio. Credo di aver maturato un buon orecchio per la poesia: quando imito il suono di un altro, me ne accorgo subito. Per me è un fatto molto istintivo, me ne accorgo subito se nella mia poesia si sono calati i suoni di altri. Questo perché la musicalità della poesia e la sua cantabilità mi hanno sempre molto interessato, anche se hanno il loro lato negativo, cioè il rischio di oltrepassare le cose stesse. La musica della poesia è una felice e terribile sirena, ma non si riconosce una poesia senza una qualche musica, anche inconsapevole. In quest’ultimo libro, Le regole del viaggio, ho lavorato molto su una musicalità che aderisca e si soffermi sulle cose.

Nel tuo percorso di poeta che posto occupa questo libro? E come nasce?

Ci ho messo tanti anni a far crescere e a chiudere definitivamente questo libro. Ne è risultata una raccolta breve e spero densa di trentatré poesie. Perché per me un libro di poesia è sempre un fatto estremo. Ho cercato coscientemente di raggiungere un tipo di musica leggermente più metallica, più violenta per certi versi, di lasciarmi andare meno al fattore istintivo del canto che nella Felicità improvvisa era più potente e dilagante. Questo libro deve molto, anche nella sua costruzione, alla lettura di Nel grave sogno di Giovanni Raboni. È un poeta di contrasto per me, come Fortini, perché il suo modo di usare la poesia non rincorre a finalità puramente estetiche. Lo trovo per certi versi antitetico al mio modo di fare poesia. Raboni mi ha introdotto a un modo di costruire le poesie più stabile, nella sintassi e nella messa a fuoco complessiva. L’ho preso a modello pur non amandolo inizialmente: si è trattato di un avvicinamento dovuto alla maturità, una riscoperta. Invece per quanto riguarda Fortini mi colpiva nei suoi versi la sua capacità di farvi entrare come un suo storico tremore, la sua lucidità mentale che si scontrava, contro una sorta di liberazione poetica dovuta al farsi stesso della poesia – e rimangono bellissimi e profondamente acuti i suoi saggi sulla poesia, penso, in particolare, a quelli su Sereni. Interessante e similare a Fortini e a Raboni è il lavoro poetico di Fernando Bandini. Per come costruisce il verso, sempre un poco straniato nell’accadere della poesia, quanto è vigile nella conservazione logica del proprio sentimento poetico. Non mi ha cambiato la poesia di Raboni, ma mi ha aiutato a riposizionare la mia capacità canora, è stata davvero una scuola di canto.

Le regole del viaggio è ricco di vedute, mentre tanta poesia oggi si concentra sul paesaggio urbano. I tuoi non sono idilli naturali, ma sono luoghi liminari tra l’antropizzato e il selvaggio. Che cosa ti affascina di questi paesaggi?

Sono i luoghi limitrofi, quelli non prettamente naturali e a sé stanti che mi interessano. Sono luoghi che sono stati abitati o che sono stati trasformati dall’uomo. Mi piace vedere la trasformazione del paesaggio: non è la veduta in sé, ma vedere come la veduta si è trasformata nel tempo e con l’azione umana. A differenza, ad esempio, di Zanzotto, io non ho però un problema etico, almeno da subito, dal principio: il mio sguardo è uno sguardo sempre estetico che si riempe di figurazioni. E’ un atto immaginativo. Il passo che separa i due atteggiamenti è breve, almeno in apparenza. Non sempre un luogo o un paesaggio può essere un sintomo di una qualche bellezza recondita o che c’è già stata. Il concetto un po’ abusato di bellezza è infinitamente variabile, soprattutto in poesia. Per me può essere, ad esempio, una discarica sorpresa dal sole,  per un altro no. Se la poesia come io credo è sempre una trasformazione di un qualcosa, il mio luogo elettivo è per sua natura trasfigurato fino addirittura arrivare ad essere un paesaggio inventato. Ma l’inizio di una poesia è certamente il risultato non preordinato di una situazione che ci ha colpito e che attraverso la memoria vuole venire alla luce. Questi paesaggi sono quelli che mi porto dentro da sempre, sono quelli dei miei luoghi nativi: l’Emilia con il suo contrasto tra campagna e industria, le zone liminari coltivate e quelle incolte, dove la dimensione del tempo è presente e si fa sentire. Io la sento, e ne sono fortemente attratto. La bella veduta di David Hockney che ho voluto sulla copertina del libro è nettamente visiva, estetica, contiene un concetto di geometria dai tratti impressionistici. Il mio paesaggio è simile a questo e suggerisce sempre un legame con una condizione interiore.

A proposito dell’Emilia e pensando ad autori che ti so molto cari come Bertolucci o Heaney, che hanno fatto grande poesia a partire dai loro luoghi di nascita ed elezione, credi che la poesia abbia bisogno di un radicamento geografico, oppure si tratta di una dimensione non necessaria?

L’acquisizione di un luogo per me è venuta nel tempo, non si è verificata tutta e subito. Inoltre i poeti che hai nominato sono davvero importanti per me, ma c’è sempre una distanza da accettare in modo critico fra i modelli e la nostra scrittura. Gli strumenti che ha a disposizione Heaney, ad esempio – e intendo la tradizione letteraria alle sue spalle e soprattutto un certo modo di vivere la scrittura e il fatto stesso di essere un poeta – probabilmente noi ce li siamo solo sognati! È molto difficile confrontarsi con quel tipo di poetica, perché la poesia italiana ha una storia profondamente diversa. Se si legge Vocativo di Zanzotto sembra di stare in un iperuranio. Si tratta di un libro estremamente legato a un luogo, che tuttavia diventa il luogo di un’interiorità assoluta, in una dimensione quasi petrarchesca. Il luogo, poi, è il suo ritrovamento, non è un acquisizione fatta per sempre, ma si guadagna con il tempo. Ci sono casi, come quello di Sereni, in cui è possibile intrecciare molto l’idea del luogo con la poesia. Prima di nominare, io devo impossessarmi del territorio in modo profondo e autentico: la nominazione arriva solo dopo. La tradizione italiana ha una tendenza alla smaterializzazione della poesia, che magari in un secondo momento può condurre a un discorso lirico-poetico più aderente a una cosiddetta “realtà”. Ma la poesia, poi, è la realtà? Io non lo credo. Credo che una poesia riuscita sia sempre una trasformazione riuscita della realtà, che della realtà ci dice qualcosa in più. E quindi la ricerca del luogo, come accennavo già prima, diventa una ricerca interiore, quasi di natura filosofica. Non si tratta di riportare l’impatto immediato che hai con la realtà: è un percorso che conduci con maggiore circospezione in maniera lenticolare e profonda.

Per quanto riguarda la dimensione del tempo, la memoria secondo te gioca un ruolo importante in poesia? E nella tua poesia in particolare? La poesia può essere un medium di rievocazione del passato?

Effettivamente la poesia avrebbe l’utopia della durata, di una specie di “eternazione”, di un proiettarsi in avanti oltre noi stessi. Esiste, ed è forte, l’utopia per la quale la poesia cattura i momenti importanti, “le occasioni” io le chiamo ‘le situazioni’ del nostro esistere. In questo ultimo lavoro ho messo i paesaggi, i luoghi che rievocano una certa dimensione memoriale, però quello che cerco di fare nella mia poesia è di non determinare mai niente in modo troppo circostanziato. Cerco di eliminare il più possibile persino le figure maschili e femminili, voglio creare uno spazio aperto dove posso giostrare con la mia mente poetica in modo creativo e il più possibile libero. Cerco di scandagliare tutto il territorio che sta attorno a questo vortice di memorie. Credo che sia anche una delle origini della mia poesia. Per riprendere Sereni, anche io sento nel fianco l’aculeo che non si sfama mai, che sempre ritorna a pungere. Tuttavia, questo spazio libero lo scandaglio in profondità cercando di riemergerne solo quando ho trovato quello che considero per me un atto dovuto di verità. Non saprei dire meglio. In poesia cerco sempre l’essenzialità, perché credo che i momenti importanti dell’agire poetico non avvengano certamente tutti i giorni. Si può anche non scrivere per molto tempo, anche anni. La poesia non ce l’abbiamo sempre in casa, deve accadere qualcosa di particolare per scatenarla e non è mai qualcosa di certo.

Mi fai venire in mente di avermi detto una volta che la tua poesia “è fatta come le lamelle-lamine di un calanco”. Mi è piaciuta questa idea degli strati che si sovrappongono, ma che sono anche riconoscibili dal punto di vista geologico, si possono descrivere. Forse fa il paio con quello che dici: la poesia è anche qualcosa che si sedimenta per anni…

Sì, è vero la poesia può “avvenire” anche per accumulo. Mi dà una particolare soddisfazione riuscire a scrivere una poesia leggibile in vari modi; una poesia che può avere una superficie, magari in trasparenza, e una serie di cerchi concentrici che scendono a spirale al fondo della poesia stessa, per poi riemergere. Una poesia deve avere profondità per esistere e deve avere un ancoraggio. Probabilmente un poeta scrive in una vita dieci, forse quindici “poesie-ancore”. Sono pochi testi fondamentali nei quali, per qualche motivo, è riuscito a stabilizzare un proprio sé dentro un tempo, un luogo, un rapporto che lo raccontano fino in fondo. Si tratta però di occasioni rare. Una poesia riuscita non è mai solo ben fatta dal punto di vista stilistico, ma ha sempre a che fare con una dimensione profonda del fatto artistico e con un fattore esistenziale. Quando il fattore  esistenziale della poesia si intreccia con quello culturale abbiamo i risultati migliori, in una essenziale alchimia non predeterminata.

È come se esistesse un mondo esterno che tocca qualcosa in te e scatena una reazione forte, come il fuoco con la paglia…

Sì, credo sia così. Anche se più si va avanti, più si riconoscono situazioni e possibilità diverse, tutto si fa meno assoluto. La letteratura può essere questione di una scintilla, ma può essere anche un fatto di stabilità, forse in qualche modo ma non so quanto di conforto. Quando un poeta si trova in difficoltà, quando – diciamo così – ha perso il contatto con la sua musa, spesso si mette a tradurre. Pensa a Giudici, Sereni, Montale, allo stesso Raboni. Oppure si mette a scrivere altre cose: prosa, biografie di altri scrittori. La letteratura è un sistema di grande aiuto per un poeta, perché è impensabile che un poeta scriva tutti i giorni, che tutti i giorni sia in atto in lui qualcosa di importante. Ognuno parla per sé, attraverso la propria esperienza, ovviamente. La curiosità innescata dalla letteratura stessa è decisiva: quando la scintilla e la frequentazione con le altre scritture si incontrano, allora un poeta inizia a forgiare la propria voce. Quando ho iniziato a scrivere, ho esordito utilizzando un verso abbastanza lungo, che superava il solito endecasillabo – oggi lo definirei “transmetrico”. Mi veniva naturale così, e mi interessava poco servirmi di una struttura metrica particolare. Con il tempo però, leggendo alcuni poeti – penso ai Poemi lirici di Bacchelli o a Bertolucci, che riprende un verso lungo “all’inglese” da Wordsworth – ho capito che potevo migliorarmi attraverso la frequentazione profonda con la letteratura. Questa consapevolezza mi ha dato nuova linfa. E credo sia successa la stessa cosa con i saggi che ho raccolta nel volume L’elastico emotivo, nati leggendo altri libri.

Sempre a proposito di ispirazioni, hai spesso detto che è nella pittura il tuo riferimento principale. Perché credi sia la vista il senso dominate in poesia?

Probabilmente perché, per quanto sia anche un amante della musica, è l’arte figurativa a darmi la possibilità di entrare in un determinato paesaggio e a rimanermi impressa nella memoria. Ci sono quadri che rimangono memorabili. Ho visto Constable a Londra, ho visto i paesaggi di Schiele a Vienna, Monet, gli impressionisti… Tutte immagini che mi si inchiodano nella mente e agiscono in me. Ma mi incuriosisce tutta l’arte in generale, ne sono sempre profondamente affascinato, come un adolescente davanti al primo quadro. Credo che il confronto con altre dimensioni estetiche porti alla raffinazione del proprio “io” poetico: quindi è una cosa necessaria per la poesia. In queste cose trovo sia giusto seguire il proprio istinto e dare ascolto a ciò che ci attrae. Nel mio caso, la visione dal vivo di certi quadri mi ha fatto scaturire forti emozioni: per uno scrittore di versi è una forma importante di addestramento, una scuola dello sguardo. Stare vicino a cose mirabili aiuta, perché ti spinge a desiderare di fare una poesia con quello stesso fulgore, quella lucentezza. Vorresti che la poesia non avesse solo una natura malinconica, ma che fosse letta da un lettore e rimanesse nella sua mente per una certa acutezza, un particolare sfolgorio. È uno sprone cui non saprei rinunciare.

Oggi qual è il valore specifico del fare poesia, se credi ne esista uno?

Alcuni filosofi parlano di testimonianza, resistenza. C’è chi parla di conoscenza, riguardo la poesia. Io forse una volta avrei parlato di resistenza e testimonianza, ma oggi le trovo parole un po’ svuotate. Forse un valore finale della poesia è semplicemente un valore di umanità, che racchiude tutti o quasi quelli che potremmo metterci a elencare. Sicuramente è una manifestazione assoluta di umanità e di come questa nostra esistenza possa trasformarsi in qualcos’altro, che non riusciamo però a razionalizzare del tutto e ci sfugge tra le mani. Quando finiamo una poesia che ci sembra riuscita, o scriviamo una poesia che resiste nel tempo, forse è perché è riuscita a penetrare in un mondo del quale neppure noi sospettavamo l’esistenza. Detto questo, possiamo aggiungere molte altre cose: appunto la testimonianza, la resistenza… Le finalità etiche sono sempre finalità estetiche, non si dà una cosa senza l’altra. L’etica di un poeta deve quindi sempre essere quella di restituire il meglio di sé in ciò che scrive.

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Un’essenziale alchimia non predeterminata. A colloquio con Andrea Gibellini
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Intervista ad Andrea Gibellini di Marco Bini, apparsa sul numero 86 della rivista "Atelier" del luglio 2017.
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Marco Bini

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