Luigi Sebastiani
Cantiere italiano

Luigi Sebastiani: una carne in cui poter affondare il coltello

Ho conosciuto la poesia di Luigi Sebastiani per “ragioni di scuderia”. Giulio Perrone, editore anche del mio Il cane di Tokyo, mi scrive alla fine del 2015 chiedendomi una prefazione per un libro in uscita. Dico di sì. Dopo pochi minuti nella mia casella e-mail arrivano le bozze di una plaquette dal titolo Gli atti della disperanza. Inizio la mia lettura “al buio” e ne esco sorpreso e spiazzato. Ho l’impressione di aver letto una raccolta di poesia organica come ne vedo poche, matura come raramente accade e stilisticamente precisa e ricercata come non mai. Ho fatto bene a dire sì: certe scoperte possono nascere anche dal caso. Sebastiani è del 1987, per cui può rientrare in quella categoria imprecisa e raramente significativa dei “giovani poeti”. Il punto è che ne supera una gran parte di alcune spanne, a mio parere. Io lo annovero tra i poeti più sorprendenti che ho letto negli ultimi anni. Ed è per questo che gli ho proposto una breve intervista per “Conoscenza del vento”, seguita da un assaggio di lettura dalla sua officina.

Fare poesia oggi: esiste secondo te uno specifico della poesia che la rende ancora necessaria e insostituibile?

Penso che la poesia, oggi come in ogni epoca passata o futura, non sia in sé necessaria se non per pochi, e per ragioni che definirei sfuggenti o persino inspiegabili. Credo che essa sfugga le categorie dell’utile o del pragmatico, e nasca piuttosto sotto il segno di un’urgenza incontenibile (penso a un poeta come Radnóti, che continuò a scrivere versi anche in campo di concentramento, fino a poche ore prima di essere ucciso).

Tale necessità o urgenza coincide col bisogno di dare forma all’informe, espressione all’indicibile, e appartiene a chi scrive o, solo in un secondo momento, a chi decide di partecipare di quell’espressione, leggendo. Per il resto, fatico a riconoscere un senso alla poesia. Credo, anzi, che non ne abbia nessuno, se non quello – esistenziale – riconducibile, appunto, al bisogno primordiale di dirsi, di esprimersi.

Il tuo primo libro di poesie, Gli atti della disperanza (Giulio Perrone editore, 2015), è un testo di rara densità, dove predomina la forma breve o brevissima per affrontare temi di grande spessore con una lucidità e una profondità che sorprendono in un autore giovane, al suo debutto. Come nasce questo libro? Qual è stata la sua incubazione?

luigi sebastiani
Luigi Sebastiani al Caffè Letterario di Lugo (http://caffeletterariolugo.blogspot.it/2016/04/una-serata-di-poesia-con-luigi.html)

Questa prima raccolta nasce per me come un tentativo – niente affatto risolto – di regolare i conti con la Madre. Archetipo, dimensione e corpo al quale non è possibile sottrarsi impunemente, se non a rischio di autoabortirsi tanto fisicamente quanto intellettualmente. Il corpo ìnfero e celeste che campeggia tra le pagine, talvolta in maniera occulta altre volte in maniera dichiarata e manifesta, è un corpo antico che nulla ha a che fare con la dimensione spicciola della biografia. È un corpo, per così dire, disumanizzato: al tempo stesso più e meno che umano. O al contrario, umanissimo ma visto con gli occhi di un poppante recidivo.

Un corpo senza volto, come le raffigurazioni primitive della dea fertile: privata molto spesso di una fisionomia riconoscibile, o anche solo leggibile, e colta invece nella sproporzione dei suoi attributi materni. È attorno a questo corpo, visto nella sua natura misteriosa di soglia, di confine, di passaggio tra i regni della vita e della morte, che si articola un canto, unico benché frammentario, per voce bianca o corda di falsetto. Un canto che tenta di toccare tutti i registri della dedica – dalla lode all’invettiva, dalla preghiera alla bestemmia. Questo libro potrebbe leggersi, in altre parole, come un corpo a corpo perso in partenza, come una lotta ìmpari combattuta tra il graffio e la carezza. In questo senso, proprio la forma breve, epigrammatica, mi pareva la più congeniale a registrare l’ambiguità del sentimento provato e a restituirne lo scarto nella maniera più vivida e immediata possibile.

La tua formazione musicale è evidente nella strutturazione dell’opera. Lo è nei riferimenti, nei titoli di componimenti e sezioni. La musicalità delle poesie, benché talvolta stridente, sembra aver molto da spartire con la tradizione lirica e operistica. Fino a che punto Gli atti della disperanza è un volume di poesie, e dove invece inizia la tentazione di realizzare una specie di libretto senza spartito?

L’idea di un libretto non è distante dall’idea originaria di questa raccolta. È vero infatti che i testi che vi son contenuti nascono tutti da un desiderio comune di affabulazione. La struttura stessa (in atti) tenta uno svolgimento drammatico, lasciando alle voci che la abitano il compito di imprimerle una direzione. Il dramma inscenato è disarticolato e frammentario. I suoi personaggi entrano in rotta di collisione o si sfiorano appena senza toccarsi veramente. Ognuno, però, si fa portatore di un proprio disagio che ha la forma di un desiderio sanguinoso e inconfessabile.

L’idea era quella appunto di creare un’opera a metà tra una raccolta poetica e un libretto operistico. Sfondarne i reciproci confini e farli combaciare in qualche modo, senza però dare l’impressione esatta dell’una o dell’altro – mantenendosi, per così dire, in una zona franca. Di modo che le ragioni, i sentimenti e le istanze dell’una trovassero, nei caratteri dell’altro, una figura umana, un volto (ancorché immaginario) e una carne in cui poter affondare il coltello.

Nella prefazione che ho dedicato agli Atti, mi è venuto spontaneo tracciare un parallelismo con il Caproni del Franco cacciatore e del Conte di Kevenhüller, libri importanti che hanno tracciato un solco forse poco seguito. Quanto condividi questo punto di vista?

Il Caproni dell’ultima produzione (e in particolare quello de Il franco cacciatore e de Il Conte di Kevenhüller ) l’ho sempre trovato esemplare per il rigore della costruzione e per l’uso di una rima capace al tempo stesso di essere tutto e non sembrare nulla. Una rima che se da un lato si fa elemento portante del discorso poetico, dall’altro si dissimula all’interno del suo tessuto come un accidente spontaneo e del tutto imprevisto. Una rima limpidissima, anche nelle implicazioni di senso più sconcertanti. Ad accomunarmi a questa parte della sua produzione è anche, e forse soprattutto, certo immaginario teatrale (operistico) evocato a metafora esistenziale. Sarebbe inutile, pertanto, negarne il modello, preso sicuramente a riferimento costante.

Pure, penso che a ben guardare non ci sia molto di autenticamente caproniano nel mio libro, se non appunto un modello svuotato dei suoi contenuti originali e retto da diverse istanze. Un poeta, invece, al quale mi sento in una certa misura vicino è Giovanni Testori. Poeta tenuto ai margini del canone novecentesco, ma per me assolutamente imprescindibile. Nella sua poesia, fortemente drammatica e sorretta da un impianto iconografico solidissimo, ci sono due immagini, o presenze, che emergono sopra a tutte le altre come punti cardinali di un intero discorso: il ventre materno e la croce. Tali presenze, che la sua parola trasfigura in icone, si rincorrono variamente declinate lungo l’arco della sua intera produzione, al punto che sarebbe difficile non leggere tra l’una e l’altra un rapporto di misteriosa causalità; e questo sento che in una qualche maniera riguarda anche me.

Quali sono i tuoi principali riferimenti letterari? E quali gli autori che credi abbiano influenzato di più la tua scrittura?

Anche limitandosi alla scrittura in versi, sono tante le voci che hanno lasciato una traccia o un’influenza sulla mia – dagli epigrammisti greci e latini al nostro grande ‘900. Se dovessi rimanere su un terreno più prossimo e circoscritto, dovrei nominare – oltre ai già citati Caproni e Testori – almeno Pascoli, Sbarbaro, Montale, Pasolini, Penna, la Morante de Il mondo salvato dai ragazzini. Ma anche autori cosiddetti minori come Tito Balestra o Fernanda Romagnoli. Tra gli stranieri, Rilke, Eliot e Thomas su tutti.

E allo stesso tempo, dovrei ricordare certa poesia nata in seno alla nostra grande tradizione popolare (in particolare quella salentina in lingua grika), e buona parte della poesia per musica scritta e composta negli ultimi quattro secoli, che hanno contribuito grandemente alla definizione di un mio personale DNA letterario, anche a fronte di una natura in certi casi “pragmatica” o formulare. E dunque Busenello, Da Ponte, Cammarano, Boito non meno degli altri citati sopra.

 

Tre poesie da Gli atti della disperanza

*
Recitativo

Bollato senza onore
neanche un buco ho trovato
dove – in pace – potermi
sentire un disertore.

 

*
Aria del disertore

Mi incitava a sparare,
nessuno, dietro, a coprirmi le spalle.
Non sapevo che fare…

Posi l’arma: «non so,»
– mi risolsi ad andare –
«questa cartuccia è tutto quel che ho».

 

*

Cabaletta

Abbandonai il fucile
ed invertii la rotta.
L’ansia del ritorno
si faceva,
sull’ultima tradotta,
ostile,
più netta del giorno.

Arrivai.

L’ho veduta.
L’ho guardata.
Non l’ho riconosciuta.

Era dunque la porta sbagliata?

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Luigi Sebastiani: una carne in cui poter affondare il coltello
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Intervista di Marco Bini al poeta Luigi Sebastiani, autore della raccolta "Gli atti della disperanza" (Giulio Perrone editore).
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Marco Bini

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