Valentina Pinza
Cantiere italiano

Valentina Pinza: se è onesta, la poesia funziona

Di solito gli esordi sono fatti per aprire una nuova stagione; Il pane del giorno prima, la prima raccolta di poesia di Valentina Pinza, ha già il sapore di un “libro della vita”. O, almeno, di un libro che una stagione della vita va a chiuderla. Sarà per quel sottotitolo, Poesie 1982-2014, che cita come date estreme la nascita dell’autrice e il momento in cui l’opera è stata data alle stampe; ma davvero la sensazione è quella di trovarsi di fronte a un’opera completa e di ampio respiro, come poche oggi. A volte, occuparsi di poesia significa leggere libri per aggiornarsi, per stare al passo: non è stato questo il caso. La grazia della scrittura di Valentina Pinza mi ha rapidamente trasportato in un mondo nel quale sono stato bene, e nel quale tornerò volentieri, riaprendone le pagine. Per questo ho chiesto a Valentina di scambiare qualche battuta sul suo lavoro.

Fare poesia oggi: esiste secondo te uno specifico della poesia che la rende ancora necessaria e insostituibile?

La buona poesia restituisce senso e sostanza a ciò che vogliamo dire. Distillato, sintesi, forma perfetta, nel tentativo di cercare un significato e nominare ciò che vediamo e viviamo. Oggi credo sia ancora insostituibile e necessaria, ma anche spaventosa. La poesia non gode di successo commerciale, nonostante le liriche contemporanee spesso possano essere approcciate con facilità. Non so cosa spaventi così tanto nella poesia. Credo che molte responsabilità le abbia l’insegnamento scolastico della letteratura in generale, noioso e sterile se non in rari casi illuminati.

il-pane-del-giorno-prima-valentina-pinzaIl tuo primo libro di poesie, Il pane del giorno prima (Ladolfi, 2015), è un testo dove predomina la dimensione del ricordo. C’è la Romagna vissuta “da dentro”, la dimensione familiare, quella degli amici, delle persone importanti per la tua vita. È un universo di ricordi rievocati con carezzevole nostalgia e con una punta di amaro per qualcosa di ormai inafferrabile. Credi che la poesia sia il luogo della rievocazione, il posto cui affidare la cura della memoria, personale e collettiva?

Nella pratica della scrittura poetica mi sono spesso trasportata indietro. Era necessario misurare la  distanza spaziale e temporale per trovare le parole giuste, e sentivo l’urgenza di scrivere attraverso la temperatura della memoria. Un bisogno personale, intimo, che trova nella poesia la forma adatta. Non è così per ogni poeta, immagino, ma lo è per me, anche se in quello che sto scrivendo ultimamente comincio a farne a meno. La poesia è però una forma di memoria collettiva nel suo insieme, come ogni forma d’arte.

Tra le figure più importanti del libro emerge quella di tua madre, rievocata attraverso le fatiche della vita quotidiana, in cucina, nei fatti di casa. Ne emerge il ritratto di un rapporto difficile, molto mediato dalla concretezza degli atti quotidiani, e quasi la volontà di trovare una propria identità differenziandosi da lei. Scrivere è stato anche un modo per fare il punto su te stessa e il tuo percorso di persona?

Mi interessano le storie familiari, le dinamiche affettive, i rapporti, tutti diversi ma tutti riconoscibili, in cui cresciamo. Ci sono simboli – i pasti, il mangiare – strettamente legati alla nostra costruzione come persone (anche quando si cresce in un’assenza familiare: l’esserne privi non li rende meno presenti, è culturale), e sono comuni a chiunque in ogni parte del mondo.

Partire dalla storia della mia famiglia, e dal rapporto in particolare con mia madre, mi è sembrato più semplice, ma ho sempre avuto l’impressione, scrivendone, di parlare con molte voci e di guardare con molti occhi. Maternale, la prima poesia del libro, è la prima “buona” poesia che ho scritto. È stato come avere in mano i due capi del cordone ombelicale e unirli ancora, dopo decenni. Parla di una scelta – non di distacco, come a molti sembra- la scelta di non subire più i rapporti familiari, ma di viverli nella loro autenticità.

La Romagna è un luogo centrale nella tua scrittura, ma è anche un luogo importante per la poesia novecentesca (penso a Moretti, a Pagliarani, a Baldini, a Guerra e a tanti altri). In cosa ti riallacci, e in cosa invece ti differenzi rispetto a questa tradizione?

Tra Baldini e Guerra io io scelgo Pedretti, la sua lingua, le sue storie, le sue parole spicce, la sua onestà. Pagliarani l’ho molto amato, ma senza velleità di riconoscimento: lo guardo da lontano. È la Romagna il punto; la Romagna è un modo di raccontare tutto il senso della vita mentre la si vive stretti tra l’Appennino, la pianura e il mare. Una parte di mondo che ha saputo andare oltre ciò che era nella sua realtà immaginandone una diversa, non migliore, senza perdere un grammo di verità. Basta guardare i film di Fellini. Fellini è il più grande poeta romagnolo.

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Valentina Pinza

Quali sono i tuoi principali riferimenti letterari? E quali gli autori che credi abbiano influenzato di più la tua scrittura?

Faticoso distinguere chi amo da chi mi ha influenzata. E poi ho una formazione artistica, mi influenzano le immagini che vedo e che “leggo”. Di sicuro l’approccio all’immagine mi condiziona nel modo di scrivere. Arrivano le immagini, poi le parole. Mi concentro su quello che vedo o che ho visto (o toccato, annusato, gustato, ascoltato). Se sono brava, se sono onesta nel riportarle, allora la poesia funziona. Quello che sento non importa, la poesia non è psicanalisi.

A quel punto, chi legge, sente e vede, ma io mi sono fatta da parte. La storia è lì che parla, onesta, disponibile. È la verità, o una possibile verità.

Tra chi scrive: Pedretti, come ho già detto. Anna Achmatova. Quando la leggo ora, mi chiedo cosa mai pensassi di capire a quindici anni, eppure qualcosa capivo: la sua eleganza, la sua sintesi, la sua crudeltà. Non le somiglio, ma la vado sempre a cercare.

E Carver, che a vent’anni mi consigliarono per i racconti ma io finii prima sulle poesie. Carver è come se mi avesse detto: puoi raccontare con la poesia, si può, e mi ha liberata. Ci sono Montale, Szymborska. Umberto Fiori tra gli italiani contemporanei, sopra tutti. Francesca Serragnoli, tra i “bolognesi”. E tanti, tante, impossibile nominarli tutti.

Ma sono una poeta indisciplinata e traditrice: leggo più narrativa, leggo di tutto. Tondelli, la letteratura americana, molta science-fiction… L’ultimo libro potente è stato Il posto di Annie Ernaux. Ho pensato: si può scrivere poesia anche con un romanzo.

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Valentina Pinza: se è onesta, la poesia funziona
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Intervista di Marco Bini a Valentina Pinza, autrice della raccolta di poesie "Il pane del giorno prima" (Giuliano Ladolfi editore).
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Marco Bini

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