Giovanni Fantasia
Cose che mi capitano per le mani

Giovanni Fantasia e Le pratiche del niente: un telegiornale poetico, quasi

Ho incontrato Giovanni Fantasia alcuni anni fa, quando partecipò al progetto “Schiaffo edizioni” che curavo assieme ad alcuni amici. Pubblicammo un suo racconto dal titolo Cafè Hadid, un lungo monologo interiore, un unico periodo uscito direttamente dalla mente di un attentatore in procinto di farsi saltare in aria in un luogo pubblico. Mi colpì questa sua capacità di essere originale, di mostrare uno stile decisamente personale, e allo stesso tempo di raccontare una storia pienamente comprensibile a tutti. Giovanni Fantasia è di Sassuolo, una città-fabbrica che, finita la sua epoca, cerca di ridarsi un’identità come tante città del suo genere. Pochi chilometri ci separano, quindi, ma ne avevo poi seguito il percorso da lontano. Finché, alla fine dell’anno scorso, non mi contatta chiedendomi di condurre proprio a Sassuolo la prima presentazione di un suo nuovo romanzo. Mi consegna un libro di poco superiore alle 150 pagine, dal titolo Le pratiche del niente. E scopro un romanzo forte, drammatico, grottesco, comico. Un romanzo scritto molto bene, che ne fa dimenticare tanti altri ben più pubblicizzati e ben meno significativi per uno stile estremamente curato, dal quale, in quanto cultore di poesia, mi sento attratto. Le pratiche del niente è una corsa a capofitto accompagnata da un fraseggiare ritmatissimo, praticamente versificato, attraverso le vicende di periferia di Ele e Màcino, due ragazzini che vivono un rapporto asimmetrico e fanno progetti malvagi, che si perdono di vista, e che si ritrovano ventidue anni dopo per una sorta di nuova verifica dei poteri. Un romanzo che salta continuamente tra il 1990 e il 2012 per raccontare la ferocia dei rapporti umani, la spietatezza di un contesto che richiede capacità di adattamento per non affogare nell’irrilevanza.

Giovanni, alcuni anni fa hai pubblicato un libro di poesie, Introduzione alle Città. Poi il tuo percorso ti ha portato ad abbracciare più che altro la narrativa. Come è avvenuto questo passaggio? E la poesia fa ancora parte dei tuoi interessi di scrittore?

Introduzione alle Città è un testo-sonda, una raccolta poetica piena di spigoli che mi ha permesso di individuare uno stile e una forza espressiva. La copertina ritrae un palazzo in cemento di undici piani ed è pieno di spigoli anche il palazzo. Fu un’autoproduzione molto schietta, figlia della volontà di pubblicare e pubblicare a modo mio. Il passaggio a Santi, negri e scarafaggi – il mio primo, strano romanzo – è stato quasi fisiologico: in quel testo ho condensato una visione romanzesca rapidissima scandita da un linguaggio ricercato, fitto e ritmico. Scrivo poesie più “composte”, in questi ultimi anni, e non penso a raccolte ma a testi che possano essere letti su musiche o fondersi con dei disegni. Mi piace l’idea di riunire più forze espressive per amplificare l’impatto del testo; l’intensità che si crea ha risvolti inattesi e ti porta più in profondità nelle cose che hai scritto.

Gran parte del tuo interesse – oltre che scrittore sei anche fotografo – va al paesaggio urbano. Come mai questa scelta? E cosa contraddistingue il tuo sguardo sull’ambiente urbano?

La città è l’espressione più lampante, forte, vera delle nostre aspirazioni, del nostro modo di governare il mondo. L’architettura racconta un paese, la complessità della storia, e sussurra il futuro a chi cerca risposte concrete sul nostro destino. La città è il nostro laboratorio, dove applicare su piccola scala un progetto globale; tutto va gestito con la cura necessaria, dal restauro della grande biblioteca alla raccolta dei rifiuti. Io fotografo il paesaggio periferico, mi muovo lungo i margini inquadrando quelle zone di frizione che descrivono il presente e rappresentano le sfide del futuro. In via sentimentale invece adoro i materiali, le molteplici superfici urbane; “la pelle della città”, come diceva Gabriele Basilico. I luoghi che inserisco nei miei scritti sono sempre molto tattili.

Le pratiche del niente è un romanzo che parla di predestinazione. È feroce nell’affrontare il tema dei rapporti di forza nelle vicende dei protagonisti Ele e Màcino. Qual è la tua lettura del loro rapporto?

È il rapporto tra chi perde sempre l’attimo (Ele) e chi invece interviene, osa, ottiene la sua parte anche quando la sua parte non è certa né legittima (Màcino). È il confronto tra due codici morali, tra chi intende dominare e chi si accoda. La distinzione però non è rigida: in fondo sappiamo calzare abilmente più scarpe e danzare su molti confini. La soglia morale è variabile e terribilmente difficile da calcolare. Il rapporto di forze che lega i due protagonisti si innesta su questa variabile e chiama a giudizio il lettore: sta a lui stabilire il confine. L’unica vera certezza è che esercitarsi nella cattiveria da piccoli – è il caso di Màcino – istilla un’acuta scaltrezza che si manifesta da grandi.

Copertina di Le pratiche del niente (Incontri editrice, 2014)
Copertina di Le pratiche del niente (Incontri editrice, 2014)

A proposito di poesia, la tua è una prosa fortemente ritmata («Ha trent’anni, Gabriele, trenta fra una settimana, e se ne sente quattrocento. Imbocca la solita rampa d’entrata e la Punto risale a fatica, come la biglia di un flipper durante quei lanci moscetti, degni di uno che perde alla svelta», si legge ad esempio nella prima pagina del romanzo). Non è difficile individuare misure metriche nei tuoi periodi scanditi; sembra a tratti un lungo poema riadattato in prosa. Come è nata questa scelta stilistica? E da scrittore qual è la tua idea di lingua letteraria?

Le pratiche del niente pone sullo stesso piano lingua spiccia e ricercata, creando un’alternanza fuori norma, un’estensione lessicale che può essere straniante. È come il racconto di più testimoni oculari di fronte allo stesso accaduto: la voce narrante raccoglie la deposizione del primo, interpella il secondo, s’impunta sul terzo; nel frattempo si verificano pause, tagli, cambi di scenario. Il romanzo baratta la sua compattezza con una raccolta di immagini e testimonianze: un telegiornale poetico, quasi. La pretesa del romanzo di intrecciare storie molto articolate, di indugiare su passaggi trascurabili, di autoalimentarsi, tiene il ritmo delle storie consumate sulla Rete? Può ancora permettersi di divagare? Personalmente ho cercato una forma più agile, un testo di prosa che letto dal vivo suonasse scorrevole, liquido e che procedesse su un tempo piuttosto preciso: una prosa poetica, in sintesi. La forma romanzo concede lo spazio che serve e la forma poetica gli conferisce esattezza (un’esattezza alla Calvino, in termini di «linguaggio più preciso possibile» o più evocativo possibile). E la poesia – dice Houellebecq – conserva «un nucleo di intuizione pura». Fondere intuizione e costruzione narrativa, è questo che cerco di fare.

Quali sono i tuoi principali riferimenti letterari? E quelli che credi abbiano influenzato di più la tua scrittura?

Adoro le storie sospese, i romanzi che non si concludono o che si diramano fino a smarrirsi, e mi vengono in mente per primi Notturno indiano di Tabucchi e – a suo modo – Lo straniero di Camus. Fra le mie letture-cardine ci sono Dostoevskij con Il sosia (strabiliante per l’assurda frenesia che lo percorre), Estensione del dominio della lotta di Houellebecq (romanzo che nega la forma romanzo), La strada di McCarthy (semplicemente perfetto) e Tre croci di Tozzi, un vero macigno emotivo. Per il ritmo scelgo Kerouac e Tondelli, per il “metodo” Zola, per la veemenza lessicale Allen Ginsberg. Per i racconti non posso che scegliere Carver. Una lettura abbastanza recente e che decisamente consiglio: Sette modi di ammazzare un gatto di Matías Néspolo.

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Giovanni Fantasia e Le pratiche del niente: un telegiornale poetico, quasi
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Intervista di Marco Bini a Giovanni Fantasia, autore del romanzo "Le pratiche del niente" (Incontri edizioni).
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Marco Bini

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