Billy Collins
Detto in versi

La volta che Billy Collins mi ha commosso

Billy Collins è uno che divide. Me ne fu consigliata la lettura alcuni anni fa da un amico poeta, grande e attento compulsatore di versi, che mi spifferò il nome di questo autore americano che – mea culpa – non avevo mai sentito prima. Un consiglio di lettura per ampliare i miei orizzonti, ma donatomi quasi di sottecchi, come a dire “leggilo e fallo tuo, ma senza esagerare…”. È in effetti uno strano oggetto letterario, questo Billy Collins. Me ne accorsi leggendo Balistica (Fazi, 2011), raccolta dei lavori più recenti dell’autore apparsa in Italia.

E la sensazione non cambiò quando strinsi tra le mani A vela in solitaria intorno alla stanza (Fazi, 2013), che riprendeva l’antologia della stagione anni Novanta di Collins, già apparsa in precedenza in Italia. Un oggetto letterario strano, ma quello strano cui si ha la sensazione di voler somigliare, almeno un po’.

Ma chi dividerebbe, oggi, un poeta? I poeti stessi. I critici. Ma anche questi ultimi dall’attore che spesso manca nella poesia contemporanea: i lettori. Negli Stati Uniti, a un indubbio successo di pubblico, con libri dalle vendite esorbitanti (tenendo conto che di poesia si parla), presenze in teatri, programmi televisivi, vere e proprie tournée di letture nelle università e non solo, successo coronato dalla nomina a Poeta Laureato degli Stati Uniti tra il 2001 al 2003, fa da contraltare la reputazione presso i lettori “pesanti” della critica accademica di poeta banale, irrispettoso della tradizione (in particolare del modernismo americano), leggero, privo di spessore.

Eppure questo Collins piace. E, anche se a volte leggendolo ho sbandato a causa di uno stile disinibito nel trattare il linguaggio della poesia, piace anche a me. Ho passato ore piacevoli a leggerlo e di recente ho sentito il bisogno di riprenderlo in mano. Ma cosa mi affascina di questo poeta? Cosa ha la sua poesia di così forte da portare migliaia di persone ad ascoltare i suoi reading e a leggere i suoi libri (e sono pronto a scommettere che in molti casi si tratti dell’unico poeta contemporaneo della dieta letteraria di diversi suoi lettori)? E perché non sono d’accordo con la definizione di poeta sbiadito, banale, ruffiano? Proverò a dirlo a partire da una delle sue poesie che più mi è ronzata in testa dopo averla letta.

ON TURNING TEN

The whole idea of it makes me feel
like I’m coming down with something,
something worse than any stomach ache
or the headaches I get from reading in bad light–
a kind of measles of the spirit,
a mumps of the psyche,
a disfiguring chicken pox of the soul.

You tell me it is too early to be looking back,
but that is because you have forgotten
the perfect simplicity of being one
and the beautiful complexity introduced by two.
But I can lie on my bed and remember every digit.
At four I was an Arabian wizard.
I could make myself invisible
by drinking a glass of milk a certain way.
At seven I was a soldier, at nine a prince.

But now I am mostly at the window
watching the late afternoon light.
Back then it never fell so solemnly
against the side of my tree house,
and my bicycle never leaned against the garage
as it does today,
all the dark blue speed drained out of it.

This is the beginning of sadness, I say to myself,
as I walk through the universe in my sneakers.
It is time to say good-bye to my imaginary friends,
time to turn the first big number.

It seems only yesterday I used to believe
there was nothing under my skin but light.
If you cut me I could shine.
But now when I fall upon the sidewalks of life,
I skin my knees. I bleed.[1]

[Clicca QUI per ascoltare l’audio della lettura dal vivo di Billy Collins di On turning ten, a partire dal minuto 3:00 circa. Interessante ascoltare come si sviluppano le reazioni del pubblico.]

COMPIENDO DIECI ANNI

L’idea stessa mi fa sentire
come se mi fossi buscato qualcosa,
qualcosa di peggio di tutti i mal di pancia
o mal di testa che mi vengono a leggere con poca luce –
una specie di morbillo della spirito,
gli orecchioni della psiche,
una deturpante varicella dell’anima.

Mi dici che è troppo presto per guardare indietro,
ma lo dici perché hai dimenticato
la perfetta semplicità di avere un anno
e la bella complessità introdotta dai due.
Ma posso starmene sdraiato a letto e ricordare ogni cifra.
A quattro ero un mago arabo.
Potevo diventare invisibile
bevendo un bicchiere di latte in un certo modo.
A sette ero un soldato, a nove un principe.

Ora invece sto spesso alla finestra
a guardare la luce del tardo pomeriggio.
Allora non spioveva mai così solenne
sul lato della mia casa sull’albero,
e la mia bicicletta non si poggiava mai al garage
come fa oggi,
con tutta la sua velocità blu prosciugata.

Questo è l’inizio della tristezza, mi dico,
mentre attraverso l’universo con le mie scarpe da ginnastica.
È ora di dire addio ai miei amici immaginari,
è ora di girare il primo grande numero.

Mi sembra solo ieri che credevo
che sotto la pelle non ci fosse altro che luce.
Se mi tagliavi non potevo che splendere.
Ma ora quando cado sui marciapiedi della vita,
mi pelo le ginocchia. Sanguino.[2]

Semplice, ma vero. Funziona sempre, il meccanismo del coinvolgimento. Che inizia dal titolo: tutti abbiamo compiuto dieci anni. L’intera poesia gravita attorno a referenti e significati che fanno parte di un’infanzia. Non un’infanzia speciale, che si distingue per la sua diversità o unicità, ma un’infanzia assolutamente ordinaria. I piccoli malanni tipici dell’età, uno scenario middle-class fatto di casa sull’albero e bicicletta in garage, le fantasiose invenzioni di una mente ancora senza confini (l’amico immaginario è forse demodé anche a causa dei precoci controlli sulla salute psicologica dei bambini, ma per lo meno un orsacchiotto al quale imporre un nome e una personalità attentamente selezionati chi non lo ha mai abbracciato?!).

Il “tremendo” avvento della doppia cifra è la tempesta che sembra spazzare via quel mondo – e qui il meccanismo di immedesimazione si estende e travalica la sfera dei ricordi per coglierci nel nostro presente, perché spesso le cifre tonde sono l’occasione di ripensamenti e svolte. Fanno il loro esordio la malinconia, e soprattutto il tempo. Quell’infinito spazio di giochi e scoperte interrotto da poche obbligatorie incombenze imposte dal mondo “dei grandi” inizia a prendere forma, ad assumere peso, a piantare gli steccati e a manifestare il suo smisurato potere sull’esistenza. La consapevolezza che il passato non sarà più tutt’uno col presente, ma che si sbriciolerà lentamente, risucchiato dalla porta dimensionale che la svolta del “primo grande numero” sta aprendo dietro e davanti a noi, è il dramma, ancora solo in parte consapevole, sul quale è imperniata questa poesia di Billy Collins. Fino ad ora “posso starmene sdraiato a letto e ricordare ogni cifra”; aleggia il sospetto che potrebbe non essere più così, d’ora in avanti.

C’è in questa poesia come la descrizione dell’attimo nel quale si esaurisce lo stato di grazia dell’infanzia, il racconto in presa diretta di un dolore che si fa largo in una mente non ancora pronta a soffrirne consapevolmente; questo dolore si anniderà da qualche parte, e in un certo senso si prepara a diventare un leitmotiv per l’intera vita. L’espressione “perdita dell’innocenza”, per quanto sia ormai quasi stereotipata, specie quando si parla di cose americane essendo questo un tema più che ricorrente in quella cultura, sembra calzare anche questa volta. L’innocenza che si perde è forse l’illusione infantile di essere altro rispetto al mondo che si subisce tramite l’educazione o gli avvertimenti degli adulti, di vivere in una specie di bolla sospesa al riparo da tutto ciò che non desideriamo fare entrare. È tutto così diverso, visto al di sotto del metro e mezzo di altezza, che “i grandi” e le loro parole non sembrano altro che un dispetto nei propri confronti. Tuttavia, tra quei dispetti, si annidano anche alcune verità. Si cresce, e questo muta profondamente, si diventa troppo ingombranti perché quella bolla non si rompa. Si diventa carne, si sanguina; persino la luce di un pomeriggio “non spioveva mai così solenne”. Quelle sensazioni, solamente sbirciate sui volti pensierosi dei genitori, si impadroniscono dell’animo. La libertà di guardare il cielo e non vedere solamente le nuvole rischia di finire per sempre.

Una consolazione, però: se sapremo guardare alle ferite che ci procuriamo cadendo “sui marciapiedi della vita” ricordando di quando pensavamo che ne sarebbe uscita solo luce, allora potremo almeno farne una poesia. Magari commovente, e divertente, come questa. E che un poeta banale non saprebbe mai scrivere.

Nel video che segue, Billy Collins è protagonista di uno dei “Ted Talks”, una serie di conferenza che negli Stati Uniti radunano le personalità di maggior spicco in tutte le discipline. Durante l’intervento, Collins introduce alcune animazioni realizzate in collaborazione con Sundance Channel basate su suoi componimenti. Il video è in inglese, per vederlo con sottotitoli in italiano clicca QUI.

[1] Billy Collins, The art of drowning, University of Pittsburgh Press, 1995;

[2] Billy Collins, A vela in solitaria intorno alla stanza, trad.it. Franco Nasi, Fazi, 2013, pp. 134-137.


Altre impressioni di lettura sulla stessa poesia puoi trovarle QUI (Antonio D’Orrico su “Sette” del “Corriere della Sera”) e QUI (Simone Di Biasio sul blog personale “Un giornalismo po’-etico”)

Summary
Article Name
La volta che Billy Collins mi ha commosso
Description
Lettura della poesia "On Turning Ten" del poeta americano Billy Collins, contenuta in "A vela in solitaria intorno alla stanza" (Fazi, 2013).
Author
Publisher Name
Marco Bini

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