Francesco Targhetta
Cantiere italiano

Francesco Targhetta: riassettare il verso per voli rasoterra

Francesco Targhetta, come molti, l’ho conosciuto per il piccolo-grande caso editoriale di Perciò veniamo bene nelle fotografie, uscito per Isbn nel 2012. Dopo averlo letto, ho capito perché tanto se ne era parlato (al netto dei gossip editoriali): è un libro che divide. O si sta al suo gioco, e si accetta una lunga narrazione in versi che alterna continuamente registri, impennate liriche e abbassamenti verso la triste banalità della realtà che vi si racconta, oppure se ne sarà irrimediabilmente respinti. Io l’ho amato, e ho visto in quelle quasi 250 pagine un suggerimento di riflessioni sulla scrittura in versi nel nostro tempo. Ho avuto poi la possibilità di presentarlo in pubblico a settembre 2013, scoprendo una persona umile e disponibile, e un autore molto preparato. A marzo 2014 vince a Modena il premio Delfini per la poesia, e grazie a questo nuovo incontro è nata questa chiacchierata.

Fare poesia nell’era della comunicazione veloce. Esiste secondo te uno specifico della poesia che la rende ancora necessaria e insostituibile?

Nell’era della comunicazione veloce (e, aggiungo, della difficoltà sempre crescente a concentrarsi su un testo scritto, dedicandogli davvero tutta la propria partecipazione), la poesia la vedo come un’opportunità e una resistenza. Dico opportunità perché non è improbabile che la poesia, in questo contesto iper-usa-e-getta e multitasking, possa persino guadagnare lettori, proprio grazie alla sua forma densa e concentrata, e quindi aprire e aprirsi nuove strade. Certo, l’auspicio è che ci sia un maggiore approfondimento dei testi che circolano e delle opere in cui sono contenuti, mentre spesso l’impressione sui social network e su alcuni blog è che ci si limiti alla citazione estrapolata e buona per gli aforismi, in un modo che sembra piuttosto estemporaneo. Dico resistenza, dunque, anche, perché la poesia esige un’adesione, intellettiva ed emotiva, che raramente durante la navigazione in rete siamo disposti a concedere; e, ugualmente, esige un lavoro formale e una cura (anche dolorosa) nello scavo di sé, in fase di composizione, che nessuna delle altre forme, dal tweet in giù, richiede. In questo senso credo che la sua necessità non verrà mai meno.

Francesco Targhetta al Premio Delfini di Modena (22/03/2014)
Francesco Targhetta al Premio Delfini di Modena (22/03/2014)

Il tuo più recente libro, Perciò veniamo bene nelle fotografie, ha colpito molti per i temi ed il linguaggio “contemporanei”, fuori centro rispetto ai linguaggi più tradizionali della poesia (una capacità che avevi però già dimostrato nel tuo lavoro precedente, Fiaschi). Quali sono gli aspetti che hai dovuto curare di più o le difficoltà maggiori che hai affrontato per raggiungere questo esito? E credi che ci siano temi “più adatti” alla poesia, oppure no?

Il rischio maggiore, se si vuole far entrare nella poesia la realtà che abbiamo attorno, con tutto il suo armamentario di oggetti e parole, è quella di diventare sciatti, troppo appiattiti sulle cose, rasoterra in modo eccessivo, non tanto “impoetici” quanto “non-poetici”. Credo che la soluzione stia nel bilanciare e calibrare bene, trovando il giusto equilibrio, gli elementi contemporanei e prosastici (lessicali, ma non solo: pure sintattici) e gli elementi più propriamente lirici, in primis il ritmo e il suono, ma anche, di nuovo, le singole parole – facendo cozzare, gozzanianamente, alto e basso, tecnico e gergale, vecchio e nuovo. Ne esce un mix dove credo che sia soprattutto la cadenza, poi, a fungere da motore poetico. Quanto ai temi, credo che i più adatti alla poesia siano i più apparentemente impoetici: ultimamente ho scritto alcuni testi sulle banche, sul mercato immobiliare, sui venditori porta a porta, o un testo d’amore che parte dal censimento. Farei una fatica terribile, invece, a scrivere versi su un tramonto al mare o sulla bellezza del paesaggio dolomitico. Non ho ancora capito quanto questo sia un mio limite o quanto davvero l’usura (dell’immaginario, per una specie di consumismo e riduzione a cliché del sentimento e dei suoi simboli) abbia logorato in modo definitivo e irredimibile alcune immagini, temi e parole.

Copertina di Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn, 2012)

Che cosa è per te un romanzo in versi? E come si colloca all’interno del più generale panorama della poesia?

Eh, bella domanda. L’altra sera, tornando da Padova a Treviso con Lello Voce, ho dovuto subire il suo rimbrotto, dopo che nel pomeriggio mi era uscita spesso la parola “romanzo” a proposito di Perciò veniamo bene: «Il tuo non è un romanzo in versi: è un libro di poesia». E tutto sommato credo che abbia ragione: un romanzo in versi è una poesia molto lunga, nella quale si racconta una storia. In compenso non credo che la definizione “romanzo in versi” sia una sconfitta della poesia, costretta a mascherarsi da prosa per farsi leggere e per poter vendere. Considero che l’etichetta abbia una sua utilità e identifichi un genere con una connotazione che la distingue tanto dalla prosa (e si capisce perché) quanto dalla poesia, o meglio, dal “libro di poesie” (per la lunghezza, per la necessità di alternare altri registri oltre a quello propriamente lirico, per lo spettro lessicale più ampio, per le maggiori incursioni nel parlato). Un tempo si diceva “poema”, ora si dice “romanzo in versi”. Un amico, comunque, sta lavorando a una tesi di dottorato sull’argomento: mi aspetto da lui ulteriori delucidazioni, tanto più che si tratta di un tema pochissimo studiato.

Quali sono i tuoi principali riferimenti letterari? E quelli che credi abbiano influenzato di più la tua scrittura?

In parte li ho già citati sopra, in modo esplicito o implicito: Gozzano, Govoni, Giudici, Pagliarani, per la poesia. In generale: tutti coloro che hanno allargato lo spettro poetico. Ivi inclusi alcuni autori miei conterranei che a inizio 2000, quando io cominciavo a scrivere, si erano battezzati “poeti della A27”, dal nome dell’autostrada che unisce Belluno a Venezia. I libri di Giovanni Turra (di cui è appena uscito Con fatica dire fame, che raccoglie i testi degli ultimi 15 anni) e Igor De Marchi (Resoconto su reddito e salute del 2003 lo trovo un testo fondamentale del decennio scorso) hanno certamente lasciato un solco sulla mia scrittura e l’hanno aiutata a indirizzarsi. Ti direi Bianciardi e il Berto del Male oscuro (soprattutto a livello sintattico), poi, per la prosa.

Sei un insegnante di lettere. Quale pensi che sia – se credi che ce ne sia uno – il metodo migliore per parlare di poesia a scuola?

Lo sto ancora cercando, eheh. È complicato. Dipende dall’indirizzo in cui si insegna, dalla classe che si ha di fronte, da mille altre variabili. Ora sto insegnando poesia in una seconda di un indirizzo di scienze applicate, frequentato da ragazzi che agli interessi umanistici preferiscono decisamente quelli scientifici. Ho cercato di coinvolgerli portando molti testi di autori viventi, preferibilmente focalizzati su temi comuni e familiari, cercando di far loro capire come la poesia sia qualcosa che ancora ci riguarda e della cui passione non bisogna vergognarsi (occorre spesso partire da qui, soprattutto in certi contesti scolastici). E quindi Dal Bianco, Fiori, Lamarque, Socci, Cavalli, Magrelli, e altri. E poi sono risalito all’indietro, al Saba delle poesie sul calcio, all’Ungaretti di guerra, al Montale d’amore. Scegliere i testi giusti è fondamentale. Se si parte, come purtroppo fanno ancora molte antologie, con Carducci e Petrarca, per ragazzi di quindici anni è dura appassionarsi. La loro bellezza la potranno cogliere più tardi. E comunque la poesia fa ancora breccia, eccome. Alcuni anni fa feci una supplenza di pochi giorni in un istituto tecnico, nella zona del Piave. Lessi Viatico di Rebora. Fecero spallucce. C’era un ragazzotto quindicenne di origini nigeriane che giocava a calcio per il Padova. Non poteva ammettere che la poesia gli era piaciuta. Ma il giorno dopo mi portò un suo testo rap sulla guerra. Un testo rap: cioè, appunto, una poesia.

In questo video, un riassunto della serata “Cantiere italiano” di Poesia Festival ’13, nella quale ho intervistato Francesco Targhetta, assieme a Massimiliano Aravecchia e Tommaso Di Dio.

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Francesco Targhetta: riassettare il verso per voli rasoterra
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Intervista di Marco Bini a Francesco Targhetta, autore del romanzo in versi "Perciò veniamo bene nelle fotografie" (Isbn edizioni).
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Marco Bini

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