Tommaso Di Dio
Cantiere italiano

Tommaso Di Dio: geologia delle fratture e degli strati in deposizione

Tommaso Di Dio è senza dubbio uno dei poeti emergenti più apprezzati degli ultimi anni. Apprezzato innanzitutto e in modo largo dalla stessa comunità letteraria, il che ha già del prodigioso. L’ho conosciuto in occasione di una delle prime presentazioni dell’antologia La generazione entrante, a Bologna se non ricordo male. E ne ho avuto l’impressione di una persona preparata, con un bagaglio letterario di tutto rispetto, che però non gli preclude un feeling naturale con i suoi interlocutori. La sua disponibilità è dimostrata anche da questo post: Tommaso Di Dio ha voluto offrirmi (e lo ringrazio sentitamente) un suo inedito, e ha voluto discuterne con me sulle pagine elettroniche di questo blog.

La terra è una crosta sottile
asfalto tubi ghiaia, poi
strati già fossili, laterizi, fondamenta e più giù
la muta rena. E questa lingua falsa
sembra tenerci, trattenerci
sul piano sicuro delle cose; dare fiato
aria sopra i cortili, nelle vette gli alberi
la luce che lì s’incurva e piega secondo la mano
che prende, la mano che lascia. Ma nell’ambra.
E nella pattumiera. Ai bordi della strada, nella bolla cava
dentro la corteccia e dentro la sepolta
pietra lentamente abrasa, la vita
è meno morte che questa
carne sfatta sempre più
dalla gioia; che è
e trema.

Tommaso, in questa poesia parli di una “lingua falsa”, dopo aver enumerato le stratificazioni del suolo artificale che percorriamo quotidianamente. Secondo te, anche la poesia è uno strato steso sulle cose, che in qualche modo ne condiziona la percezione, o possiede uno statuto differente, una vitalità linguistica sua propria?

Questa tua domanda, Marco, punta già a quello che io credo sia il cuore dell’attività poetica. La parola – come ogni segno, del resto – è sempre seconda rispetto alla realtà: essa crea uno spazio che si pretende autonomo, alternativo e isolato dall’esperienza diretta della vita, uno spazio formale, storico e stilistico; eppure non ci è dato cogliere mai alcuna realtà che non sia già incisa, che non sia materia signata e simbolica. La purezza della percezione pertiene agli angeli o agli animali; e noi non siamo di quelle specie: possiamo al massimo sognarla, rammemorarla. Spesso la parola letteraria si accontenta di sopravvivere in uno spazio estetico, si bea della struttura alternativa di mondo che essa ha il potere di creare. È questa “la lingua falsa” a cui alludo: un sistema di segni che elide completamente il legame che ha con ciò che non potrà mai rappresentare e che pure fonda la propria possibilità stessa di esistere. A me preme che io non cada mai in quello che chiamo il “trabocchetto neoclassico”: per me la lingua della poesia è il tentativo di non dimenticare la frattura da cui proviamo, il legame indissolubile che ogni forma simbolica ha con l’indicibile, l’irrappresentabile: che poi è la vita di chi vive.

L’immagine della “vita che è meno morte” nascosta in un albero cavo, o racchiusa in una pietra, rispetto alla carne pulsante suggerisce l’idea di un’universo in glaciazione, statico. È nato in te il bisogno di scavare, come un geologo, fino agli strati più profondi per recuperare qualcosa che, nella vita pulsante e sempre in mutazione, senti sia andato perso?

Si perde; è inevitabile. Si vive in perdita; perdita di giorni, spreco di ore. Io penso che la gioia, il godimento, la jouissance, la gioia del trapasso dentro tutto questo meraviglioso spreco, sia la dimensione più alta a cui l’attività letteraria possa ambire. Ed essa mi sembra più chiaramente ravvisabile nelle realtà che mostrano l’usura dell’umano e l’opera del tempo profondo; dunque in ciò che è scarto e nei recessi della natura, dove più che immobilità, io ravviso un movimento il cui ritmo è talmente altro da noi, da ricordarci i limiti della nostra esistenza. L’ambra come lo scarto alimentare, il formarsi geologico della pietra e quello della corteccia ci riportano a questa regione della dissomiglianza.

Tommaso Di Dio, Favole, Transeuropa
Copertina di Favole di Tommaso Di Dio (Transeuropa, 2009)

Questo inedito fa parte di una raccolta che stai scrivendo o organizzando? E se sì, puoi riassumerne i caratteri essenziali?

Questo brano fa parte di un libro a cui sto lavorando dal 2009, scrivendo, cancellando, spostando e soprattutto eliminando. Io lavoro con grande lentezza; credo che soltanto dopo molti mesi, dopo anni, sia possibile guadagnare una certa obiettività nei confronti di quanto si va scrivendo. Molto di quello che si scrive non merita di essere reso pubblico: il momento della scelta è fondamentale. Non sono partito da un’idea di libro, anzi: dopo Favole (che è nato da un’idea progettuale) [SCARICALO QUI IN FORMATO PDF], ho volutamente disinnescato ogni preconcetto e ho semplicemente scritto, accumulato. Dopo tre anni, ho sentito di aver maturato un numero di testi sufficienti per capire cosa stavo facendo. Per un anno ho soprattutto riletto e cercato di costruire una sequenza di testi che rispettasse questa impostazione aperta. A mano a mano che andavo formando il libro, alcuni testi nuovi si sono mostrati adatti ad esservi inseriti, altri no. Devo dire che ancora non sono soddisfatto; e so che potrei andare avanti all’infinito: la forma libro, per me, rimane un problema…

Fare poesia nell’era della comunicazione veloce. Esiste secondo te uno specifico della poesia che la rende ancora necessaria e insostituibile?

Cerco di pensare la scrittura poetica come un momento all’interno del sistema delle forme artistiche. Chi pretende che la scrittura sia al di fuori dei sistemi simbolici di comunicazione, credo abbia semplicemente un’idea molto povera di cosa possa essere comunicazione. Porre la questione della comunicazione è per me insistere sul tema della relazione e del legame: niente è assoluto e ogni cosa entra concretamente in comunicazione con ogni cosa. Se si pensa altrimenti, si elide la problematica delle responsabilità di chi comunica e di cosa è comunicato. E questo è per me esattamente quello che troppo spesso accade nell'”era della comunicazione veloce” a cui tu fai cenno. Se la poesia ha uno specifico, esso è per me la necessità del linguaggio, la sua tragedia e la sua felicità: proprio ciò che ci rende umani. Fare memoria di questo e rendere responsabile la parola (e dunque coscientemente relativa e di parte, assoggettata) è l’insostituibile necessità della poesia. Non so se di questo potremo fare a meno; ma credo che oggi non ne possiamo ancora fare a meno.

Quali sono i tuoi principali riferimenti letterari? E quelli che credi abbiano influenzato di più la tua scrittura?

Difficile rispondere a questa domanda. E spero che la risposta sia già lì, nei testi: mi piace pensare che essi denuncino chiaramente la propria provenienza. Questo è certo: si legge molto di più di quanto si scrive. Majakovskij lo ha reso così: “Sprechi, / per una sola parola, / migliaia di tonnellate / di minerale verbale”. Spesso ti sorprendi ad amare e a cercare di far proprie le scritture più dissimili; e ti conquista un’espressione gergale, quotidiana. Credo che l’ambizione di ogni scrittore sia presentificare nella propria la scrittura di tutta la tradizione; ma penso che sia, più che altro, un valido orientamento di lettura e di non censura di fronte ad ogni parola del passato come del presente. Mi sono formato sui classici del Novecento: Ungaretti, Montale, Quasimodo; Eliot, in particolare, l’ho letto tantissimo fin dai banchi del liceo. Poi Sereni, Porta e Zanzotto. Penso che tanto mi sia arrivato dal mio amore – ancora ingenuo e vivissimo – per la poesia italiana e inglese del tardo Rinascimento: le rime di Michelangelo, di Tasso e i sonnets di Shakespeare e di Donne soprattutto. Non posso tacere l’importanza per la mia scrittura di alcuni grandi poeti viventi nella mia città: Loi, De Angelis, Benedetti, Cucchi. Impossibile pensare la poesia contemporanea senza tenerne conto. Sempre a Milano, la scrittura, il pensiero e il fare dei poeti Italo Testa e Stefano Raimondi è stato un esempio importante. In anni più recenti, poi, è stato per me fondamentale il confronto continuo con le scritture e le posture dei poeti miei coetanei o poco più giovani di me: a loro devo davvero tanto della comprensione di cosa possa essere la pienezza dell’esperienza letteraria. Ma se devo fare dei nomi di poeti a me ora più cari, penso a Clemente Rebora e Umberto Saba. La complessità umana e letteraria resa da questi due poeti attraverso la scrittura è per me fonte di continuo entusiasmo e ammirazione.

In questo video, un riassunto della serata “Cantiere italiano” di Poesia Festival ’13, nella quale ho intervistato Tommaso Di Dio, assieme a Massimiliano Aravecchia e Francesco Targhetta.

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Tommaso Di Dio: geologia delle fratture e degli strati in deposizione
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Intervista di Marco Bini a Tommaso Di Dio, autore della raccolta di poesie "Favole" (Transeuropa).
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Publisher Name
Marco Bini

4 commenti

  • Tommaso Di Dio

    Caro Gianluca, ti ringrazio del tuo commento.
    Hai ragione: l’accostamento fra Saba e Rebora è quasi un ossimoro. Entrambi però hanno un legame fortissimo: concepiscono la poesia come ricerca della verità, di una verità radicale, scontata pienamente nella loro vita e a cui nessun loro testo si sottrae (insomma: un cammino esplicitamente etico, oltre che poetico). In più entrambi hanno una grande apertura linguistica, mai gratuita, sempre tesa, feconda e calata in un equilibro ritmico potente. Ma il discorso, Gianluca, è vasto…

    Colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che sono passati da queste nostre parole e hanno trovato il tempo di leggerle. Spero che questo spazio di Marco Bini possa presto continuare ad ospitare riflessioni di altri poeti.

    Un saluto a tutti,
    Tommaso

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