Amiri Baraka
Cose che mi capitano per le mani

Amiri Baraka lo dice forte e chiaro

Ustica, in realtà, c’entrava poco. E in effetti è abbastanza difficile interessare un artista straniero così tanto da spingerlo a preparare una produzione apposita per commemorare una tragedia che non gli appartiene, anche se ad uno come Amiri Baraka non manca certo la sensibilità di rendersi conto di che cosa parliamo quando parliamo del DC-9 dell’Itavia inabissatosi al largo dell’isola tirrenica il 27 giugno del 1980 (vedi).

A parte questo dettaglio che appartiene più al marketing dell’evento che ad altro, ciò che conta è che Amiri Baraka si è esibito giovedì 27 giugno all’Arena del Sole di Bologna, e che da una performance di questo tipo c’è solo da imparare. Intanto, sulla pubblicità della manifestazione si annuncia che un poeta-performer afroamericano si esibirà con un quartetto jazz, e allora ti aspetti qualcosa di composto, più prossimo alla serata in musica che alla poesia. E invece sul palco ti ritrovi sì quattro musicisti coi controc****, ma a troneggiare su tutti la figura di Baraka, che con quella faccia da Spike Lee fra quarant’anni tiene in pugno la performance dall’inizio alla fine, perché tutto il resto serve soltanto a sottolineare le sue parole. Parole forti, va detto, una scrittura da collocare pienamente nella tradizione che lo ha partorito, quella dei poeti e performer nati nel clima della battagli per i diritti civili (che inventarorono la poesia parlata di strada, progenitrice del rap), quella di intellettuali politicizzati che si servono delle parole come mezzo per scuotere e colpire duro – a volte sotto la cintura – senza quasi mai ricercare il “bello” in sé. Anzi, danno quasi l’impressione, le poesie di Baraka, di essere instant poetry, dove i riferimenti a persone e fatti dell’attualità sono molto precisi, e pazienza se a quelli il tempo ne sostituirà altri – per dire, il “povero” George W. Bush esce veramente malconcio dall’oretta abbondante di show di Baraka per il pubblico bolognese!

Dicevo che c’è da imparare da un reading come il suo. C’è da imparare che una cosa che manca molto a noi, in Italia, è la cultura del leggere ad alta voce, e in particolare del dire i versi in pubblico. Il che non va scambiato con la recitazione, mondo vicino ma parallelo; intendo proprio il “dire”. All’Arena del Sole c’era uno scrittore – che certo saliva sul palco con un bagaglio di credibilità non indifferente – che davanti al microfono e praticamente senza enfasi superflue scandiva versi arrabbiati, talvolta cruenti, dialogando con i suoi musicisti, ma concentrandosi soprattutto sulla capacità di leggerli come si deve, quei versi. Voce ferma e senza inciampi, dinamiche sostenute dall’accompagnamento musicale spesso efficaci. Poesie che potevano in alcuni casi risultare indigeste al pubblico italiano, per i dettagliati rimandi ad una situazione socio-politica che crediamo di conoscere, ma che ci è fondamentalmente estranea, riuscivano comunque nella maggior parte dei casi ad arrivare, o a chiedere credibilmente udienza all’ascoltatore. Quel modo di leggere, che ho ritrovato spesso in autori specie di lingua inglese, mi ricorda sempre qualcuno che in un consesso si alza, si schiarisce la voce, e dice quello che deve dire, nel modo più efficace e personale che gli riesce. La bellezza del suo messaggio passa anche attraverso il mezzo, che può essere l’abito letterario delle sue poesie – e quanti poeti strordinari quel mondo ci ha regalato e continua a regalarci! – ma anche attraverso il modo “in diretta” con il quale quel messaggio il poeta ce lo porge.

Nel rispetto della nostra specificità linguistica e della nostra tradizione letteraria, forse anche noi dovremmo ricominciare a pensare la poesia come oggetto da leggere in pubblico. Del resto, festival e letture non si sono moltiplicati negli ultimi dieci, quindici anni? Quindi le occasioni non mancherebbero. E comunque non si tratterebbe di un trapianto con eccessivo rischio di rigetto: non ci dicono forse, nell’ora di lettere al liceo, che i versi di Dante venivano mandati a memoria e che Ariosto e tutti gli altri poeti cortigiani usavano dare lettura ad alta voce delle proprie opere?
Non è semplice, ma forse anche i poeti italiani potrebbero sforzarsi di diventare migliori dicitori dei propri versi – non interpreti, che a quello pensano gli attori nelle sedi adeguate, dico proprio “dicitori”: imparare a schiarirsi la voce e a guadagnarsi seguito e approvazione anche tramite la qualità delle letture, non solo tramite il presenziarvi. Riguadagnare pubblico può passare anche da qui: portare le poche decine di persone che ci stanno davanti ad ascoltarci attentamente, e non solo a fare finta.

Ecco una registrazione live di una lettura di Baraka, pezzo letto anche in occasione dell’esibizione a Bologna il 27/06/2013.

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Amiri Baraka lo dice forte e chiaro
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Impressioni dopo lo spettacolo di Amiri Baraka a Bologna del 27 giugno 2013, nell'ambito delle commemorazioni della strage di Ustica.
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Marco Bini

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