Stabilimento Olivetti di Pozzuoli - Foto di Henri Cartier Bresson
Intertestualità azzardate

Rigido, evanescente. Il lavoro in fabbrica tra Vittorio Sereni e Fabio Franzin

Lo stabilimento Olivetti di Pozzuoli, foto di H. Cartier Bresson, 1958. In questo stabilimento, pur senza nominare l’azienda, Ottiero Ottieri ambienta le vicende di Donnarumma all’assalto (foto da www.storiaolivetti.it)

La tradizione letteraria italiana, nei secoli, non ha dato molto spazio a temi appartenenti alla vita pratica. Tant’è che, per trovare riferimenti alla vita reale, spesso bisogna rivolgersi al fiume carsico della poesia dialettale, repertorio di inestimabile valore e altra faccia della medaglia – sebbene in ombra – che contribuisce a costruire un’immagine completamente diversa della storia delle patrie lettere. Fra questi temi “dimenticati” va sicuramente annoverato il lavoro. E questo dice molto su quale sia la concezione che del lavoro stesso la civiltà italiana possiede. Senz’altro, nulla che possa riguardare intelletti alti, o che interessi le classi privilegiate cui la parte “ufficiale” della produzione letteraria era destinata. In effetti, un destino di fatiche ed amarezze per chi non ha quarti di nobiltà, per rimanere in tempi moderni una condanna, una specie di espiazione, e raramente percepito come mezzo di nobilitazione e realizzazione dell’individuo.

Venendo a decenni a noi più vicini, il Novecento si è esercitato maggiormente su questo argomento, visto il protagonismo sino ad allora inedito delle masse lavoratrici e dei movimenti che nascono per rappresentarle. Tuttavia, ad un protagonismo della fabbrica nel discorso politico, non è corrisposto un uguale interesse da parte della letteratura, fatte salvo alcune luminose eccezioni, da romanzi come Donnarumma all’assalto di Ottieri o la posia di Luigi Di Ruscio e Alberto Bellocchio, per fare alcuni esempi. O ancora, il Vittorio Sereni di Una visita in fabbrica, poemetto contenuto nel volume Gli strumenti umani del 1965 e le poesie operaie di Fabio Franzin, nato nel 1963, che con alcuni dei suoi ultimi lavori, come Fabrica e Co’e man monche, raccolti nel recente Fabrica e altre poesie ha riportato all’attenzione questo genere poetico meno frequentato di altri.

Attraverso le poesie di fabbrica appartenenti a epoche diverse è possibile capire ulteriori cambiamenti nella concezione del lavoro, perché una poesia così immersa nella realtà non può fare a meno di registrare i cambiamenti anche più sensibili in una sfera umana così importante come quella del lavoro, e particolarmente delicata come quella del lavoro in fabbrica.

Vittorio Sereni
Vittorio Sereni

Vittorio Sereni costruisce il suo poemetto “operaio” giocando il proprio punto di vista esterno, quello di un uomo che a quel mondo non appartiene, ma che sente di dover vedere e descrivere con i propri occhi, percependone l’ingiustizia quasi ontologica. Non deve allora sviare quel titolo, Una visita in fabbrica, dove il visitare sembrerebbe a prima vista un’idea di scampagnata, mentre è più un discendere in un oltremondo, in un girone degno di Dante, a osservare l’infelicità dei vivi costretti a un lavoro duro, poco gratificante, e che non può realizzare un uomo che vi si applichi.
La sensazione di estraneità è del resto denunciata dallo stesso Sereni, quando, nel secondo dei cinque movimenti di cui è composto il poemetto, scrive

[…] Che cos’è
un ciclo di lavorazione? Un cottimo
cos’è? Quel fragore. E le macchine, le trafile e calandre,
questi nomi per me presto di solo suono nel buio della mente,
rumore che si somma a rumore e presto spavento per me
straniero al grande moto e da questo agganciato.1

Il momento più interessante, per quanto riguarda la concezione del lavoro in fabbrica – ed è qui che il testo mantiene un quid di angosciante attualità, mostrando paradossalmente gli anni che lo separano da noi – si trova nel quarto movimento, in cui un senso di inesorabilità avvolge le parole e i gesti degli operai al lavoro, in una specie di pena infinita, da scontarsi ad libitum.

Ma qui non è peggio? Accerchiati da gran tempo
e ancora per anni e poi anni ben sapendo che non
più duramente (non occorre) si stringerà la morsa.
[…]

Salta su
il più buono e il più inerme, cita:
E di me si spendea la miglior parte
tra spasso e proteste degli altri – ma va là – scatenati.2

Oltre il compianto, che appartiene ad una retorica della pietas che Una visita in fabbrica, per senza toni paternalistici, utilizza abbondantemente, colpisce l’idea del “gran tempo / e ancora per anni e poi anni”, dove la fabbrica diventa una sorta di orco che inghiotte che vi deve entrare per bisogno di lavoro nella primavera della vita, risputandolo solo quando l’autunno è ormai incipiente, non senza averne prosciugato la capacità di sognare o immaginare, come testimonia l’eloquente scenetta dell’operaio “buono” e “inerme” che intona Leopardi fra gli sfottò divertiti e cinici dei compagni di lavoro. Un luogo, la fabbrica, dove si realizza un progresso attraversando una regressione sul piano dell’umano, che esige un tributo in vite spese tra una sirena e l’altra, in un sistema destinato a continuare solido come i pilastri la sorreggono.

Fabio Franzin
Fabio Franzin

Tutt’altra temperatura troviamo invece in Franzin. Se non altro, perché l’esperienza operaia che racconta nei suoi versi è diretta. Franzin ha svolto per anni, e svolge, il mestiere di operaio in mobilificio, nel Veneto che è stato modello dentro il modello italiano dei cento e più distretti, in un’economia che si è illusa di avere una stabilità quasi eterna, e invece si è accorta che la globalizzazione le aveva scavato la terra sotto i piedi troppo tardi, e che ridimensionandosi ha cancellato lavoro, e cancellando lavoro ha fatto tramontare forse una civiltà, quella della fabbrica sereniana che, nel frattempo, aveva vissuto stagioni ben migliori, con l’avanzamento dei lavoratori sul piano dei diritti e delle condizioni di lavoro. Non che la Fabrica ormai stremata di Franzin fosse diventata nei decenni un angolo di paradiso, ma qualcosa di più simile ad un luogo dove vivere dignitosamente, a tratti, sì.

Sempre ricalcando l’idea del viaggio dantesco, Franzin si traveste da Virgilio nel componimento di apertura di Fabrica – ma questo modus scribendi sarà un motivo dominante in tutto il volume – trasformando chi legge nel Dante confuso e bisognoso di guida che si aggrappa al braccio del maestro. La presa diretta derivante dall’esperienza permette a Franzin di mettere in scena una condizione del lavoro ormai degradato, parcellizzato, temporizzato, come se ci trovassimo davvero in una cornice del Purgatorio.

Varda chii operai, varda
come che i se perde via
fra i só pensieri intant che
i se fuma ‘na cica sentàdhi
contro ‘l muro dea fabrica

vàrdii, stràchi e spàzhi,
co’ i gins che ‘na volta
i ièra quei boni, e ‘dess
i ‘é sol un pèr de bràghe
màssa curte e taconàdhe

co’ chee camise smarìdhe,
e scarpe zhòzhe de còea
o de ojàzh, zhéjie e cavéi
zài de segadùra. I par squasi
dei pajiàzhi scanpàdhi via

da un circo, cussì, ridìcoi
e maincònici come i comici
del cinema mut, e muti i ‘é
anca lori parché ‘a fadìga
ghe ‘à portà via ‘a paròea

vàrdii ‘dèss che i schinzha
a cica soto i pie e a testa
bassa i torna dae machine
che spèta ‘ncora i só sèsti
servi; i sogni soeàdhi lontani.3

Se c’è qualcosa che accomuna i componimenti di Sereni e Franzin, questo è il grigiore trasmesso da entrambi con scelte lessicali sottotono, con la descrizione di un mondo che gira a testa bassa e senza lasciare spazio a lirismi e accensioni; se c’è qualcosa che li divide, questa è proprio la concezione del lavoro. In Franzin c’è la consapevolezza orami acquisita che i pilastri della fabbrica sono sempre meno resistenti, che il lavoro, per quanto somigli sempre ad un’espiazione, non è più un sostegno a vita, ma qualcosa di volatile, che rende labili anche i legami fra i lavoratori. Se in Sereni i compagni di lavoro si prendevano in giro, ora gli operai di Franzin tacciono, e, come dice un altro componimenti in apertura di Fabrica, stanno vicini solo fisicamente, perché non possono fare altro, componendo una somma di solitudini.

Se sta là, tuti ‘tacàdhi,
sì, ma parché toca, pì
che altro, picàdhi tuti
aa cadhéna del bisogno,
fin che ‘a ne tièn duro.

Un fià come chii carèi
tacàdhi in fra de lori
fòra dai supermercati:
po’ ‘riva un parόn nòvo,
el fraca un schèo drento

el tό scasseìn, el te porta
via co’ lu […]4

Per approfondire la conoscenza della poesia di Fabio Franzin consiglio questa video-intervista (in 3 parti) a cura di Lo spazio esposto:

1Vittorio Sereni, Gli strumenti umani, Torino, Einaudi, 1975, p. 26;

2ibidem, p. 27;

3Guarda quegli operai, nota / come sono assorti / fra i loro pensieri mentre si / concedono una sigaretta seduti / contro il muro della fabbrica // guardali, stanchi e sporchi, / con i jeans che in passato / erano alla moda, ed ora / sono solo un paio di brache / troppo corte e rattoppate // con quelle camicie sbiadite, / le scarpe lerce di colla / o di oliaccio, ciglia e capelli / gialli di segatura. Sembrano quasi / dei clown fuggiti // da un circo, così, ridicoli / e malinconici come i comici / del cinema muto, e muti sono / anche loro perché la fatica / gli ha estirpato la parola // guardali ora mentre schiacciano / la cicca sotto i piedi e a capo / chino ritornano dalle macchine / che attendono ancora i loro atti / servili; i sogni volati altrove. Fabio Franzin, Fabrica, Borgomanero, Atelier, 2009, pp. 8-9;

4Si sta lì, tutti uniti, / sì, ma perché tocca, più / che altro, appesi tutti / alla catena del bisogno, / finché tiene. // Un po’ come quei carrelli / uniti fra loro / fuori dai supermarket: / poi giunge un padrone nuovo, / spinge un euro dentro // il tuo taschino, e ti porta / via con lui […] Fabio Franzin, Fabrica, Borgomanero, Atelier, 2009, pp. 10-11.

Summary
Article Name
Rigido, evanescente. Il lavoro in fabbrica tra Vittorio Sereni e Fabio Franzin
Description
Fabbrica e poesia, tra "Una visita in fabbrica" di Vittorio Sereni e le poesie operaie di Fabio Franzin di "Fabrica" e "Co'e man monche".
Author
Publisher Name
Marco Bini

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