Umberto Piersanti
Intertestualità azzardate

La corsa di Jacopo e un omino di carta per Max

Non riesco a immaginare due poeti più diversi di Umberto Piersanti e Tony Harrison. Contemplativo, liricissimo, perfettamente a suo agio nella propria tradizione, il poeta marchigiano; materialista, concretissimo e tavolta iconoclasta e furente pur nella misura dei suoi versi inglesi il poeta di Leeds. Forse è proprio per questa lontananza delle rispettive costellazioni poetiche che diventa curiosa l’idea di metterli a confronto, perché a leggere le rispettive opere un tema comune, delicato e doloroso, si trova.

Bisogna confrontarli dapprima dal punto di vista biografico. Più o meno coetanei (del 1937 Harrison, del 1941 Piersanti), i due condividono la difficile condizione di padri di figli problematici. Diversamente abili, direbbe il gergo eufemistico utilizzato nel discorso comune – almeno fino a quando anche questa espressione non risulterà odiosa all’orecchio collettivo e verrà sostituita da un’altra, c’è da scommetterci sempre più involuta.

Questo ciò che li unisce; ma come si può evincere dalle lontanissime biografie e poetiche, le somiglianze potrebbero finire qui. Sia Piersanti che Harrison hanno dedicato ai rispettivi figli intere serie di poesie, ispirate dal radicale confronto con i problemi quotidiani della loro esperienza di padri. Come poeti, loro intento è stato quello di sublimare tutto ciò in una riflessione più ampia sul tema della malattia, e sul modo di affrontare una prova esistenziale che sarebbe sfibrante per chiunque.

La “messa in scena” del nucleo tematico è diversissima nei due autori. Piersanti sembra prediligere – in linea con uno dei temi più importanti della sua intera produzione – un discorso basato sul tempo, sul suo passaggio, sulle cose che si porta via e su quelle che lascia. Il rapporto con Jacopo – il figlio – è narrato attraverso la frustrazione del non sentirsi all’altezza, che è anche la frustrazione dell’invecchiamento che dissipa le energie che il compito della cura parentale permanente richiede, sintetizzato da versi di quasi disperazione: «allaccio gli scarponi / rassegnato, / con Jacopo m’appresto / alla battaglia, / la corsa senza requie / il gesto assurdo, / e una tregua chiedo, / una tregua soltanto, / amore faticoso / che mi schianti[1]». Al penultimo verso la parola “amore”, la più semplice e impegnativa possibile, entra a evitare lo sbando totale della rassegnazione. Il senso del tempo che passa e, con esso, l’incombere della paura per ciò che sarà del figlio sono ben esmplificati in uno dei componimenti della sezione intitolata semplicemente Jacopo, compresa nel volume L’albero delle nebbie. La tenerezza di un rito consumato tra padre e figlio, e che continua dall’infanzia all’età ormai adulta del figlio come in una bolla del tempo, si concretizza in piccoli dettagli, che sono anche correlativi oggettivi del timore incombente nell’animo di un padre che, umanamente, si interroga sulle sorti dei propri affetti:

sì, i nomi dei cartoni,
anche i più strani,
a tre anni Jacopo conoscevi,
[…]
e con gli altri giocavi
in quel giardino
in altro tempo perso,
in altri spazi

oggi, tu nella grande
sala li sovrasti,
[…]

ma non sei come loro,
non gli somigli,
[…]
e poi sei grande
paghi il biglietto intero,
lo sconto è mio,
padre invecchiato,
le tue corse improvvise
più non raggiungo[2]

Tony Harrison

Nella visione tutt’altro che elegiaca di Tony Harrison, il rapporto con la malattia del figlio Max si fa vera e propria rappresentazione. Il poeta inglese mette davvero se stesso in scena, e su se stesso sembra richiamare tutta l’attenzione, in una sorta di confessione in pubblico – lui, poeta che con la poesia confessionale ha così poco da spartire. Non si tratta tanto di dire non dignum sum, quanto dell’affermare che certe difficoltà dell’esistenza fanno vacillare anche gli intelletti più temprati. Tony Harrison, marxista e ateo, confessa una propria debolezza: aver ceduto alla tentazione di sperimentare riti e gesti di carattere religioso. Non per volontà di conversione, questo è certo, ma perché la disperazione alle volte acceca.

1
Tutto, o quasi, si è disposti almeno a provarlo.
[…]
Non prego mai, evito imbroglioni e taumaturghi
ma compio azioni di cui mi vergogno per Max,
per il panico intollerabile della sua pena:
come quando ho acceso un cero in Spagna.
[…]

5
La terza volta fu l’anno scorso in Giappone
quando provai con un omino di carta di riso al tempio.
Di male in peggio. La terza cosa che feci,
disperato e disperante per mio figlio,
fu mettere duecento yen in una scatola e comprare
un omino di carta di riso per provare.
Si scrive la malattia sul figurino
in quella parte dove sta la malattia o il dolore
e si lascia cadere nel vassoio del tempio. Per me
sarebbero spalla e ginocchio reumatici,
o il mal di cuore. Per la malattia di Max,
la parola è troppo lunga da scrivere sulla testa.[3]

Se per Piersanti il nucleo fondamentale del problema risiede nel tempo, che rende progressivamente inabili al ruolo e instilla il dubbio sul futuro che sarà in propria assenza, per Tony Harrison il problema si presenta come un conflitto tra immanente e trascendente. Ne L’omino di carta di riso, la coscienza razionale del padre-poeta Harrison si sgretola di fronte al problema stesso della malattia, della diversità, della disgrazia – nel senso letterale di mancanza di gratia, o suo opposto.

Nonostante le diversità di approcci, il racconto di due poeti così distanti delle malattie dei rispettivi figli e del loro modo di essere padri al di fuori dell’ordinarietà si risolve per entrambi in una pietas profonda, seppur suscitata in animi distanti, e in una sorta di omaggio alla poesia. Alla poesia entrambi scelgono di affidare l’intimità di rapporti così complessi, e dalla poesia sono ripagati – e lo siamo un po’ anche noi lettori, a mio avviso – con il dono di una paio di sezioni memorabili della poesia contemporanea.


[1]    Umberto Piersanti, L’albero delle nebbie, Torino, Einaudi, 2008, p. 91;

[2]    ibidem, pp. 85-86;

[3]    Tony Harrison, In coda per Caronte, trad.it. Massimo Bacigalupo, Torino, Einaudi, 2003, pp. 33-37.

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La corsa di Jacopo e un omino di carta per Max
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Non riesco a immaginare due poeti più diversi di Umberto Piersanti e Tony Harrison, ma i due sono entrambi padri di figli diversamente abili.
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Marco Bini

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