Cantiere italiano

Agostino Cornali: meditazioni sul vuoto

Il mio primo incontro con Agostino Cornali è avvenuto ormai alcuni anni fa, tramite un concorso letterario del quale io avevo il compito di gestire la giornata di premiazione. Lui, invece, ne era il vincitore. Come spesso accade quando la frequentazione è intralciata dall’intera Pianura Padana che separa le nostre rispettive città – siamo entrambi “pedemontani”, questo sicuramente ci accomuna – i nostri contatti si sono svolti tramite la rete. Finché un giorno, sempre navigando, non mi accorgo che di quel bravo poeta bergamasco era uscita l’opera prima. Me la procuro, la leggo, riconosco l’autore che avevo apprezzato negli inediti che mi aveva inviato tempo prima. E lo inserisco subito tra gli autori della mia generazione che seguo con più interesse.

Fare poesia nell’era della comunicazione veloce. Esiste secondo te uno specifico della poesia che la rende ancora necessaria e insostituibile?

È evidente che oggi siamo a un punto di svolta della storia del linguaggio e della scrittura, e penso di non esagerare se paragono la diffusione tentacolare della comunicazione digitale, dei blog e dei social network alla carica rivoluzionaria che ebbe il lento passaggio dal rotolo al codice o l’invenzione dei caratteri mobili per la stampa. Come tu giustamente affermi, la caratteristica principale di questa comunicazione è la velocità e le insidie legate a questa modalità comunicativa sono evidenti: la velocità fomenta un pensiero breve, poco argomentato e poco strutturato. Purtroppo quest’evidenza sfugge agli occhi dei meno avveduti, che diventano “ostaggi del pensiero breve”, come ha affermato Carlo Bordoni sul “Corriere della Sera”; ai mezzi informatici deleghiamo infatti il compito di archiviare conoscenze che non abbiamo ancora assimilato, e il nostro linguaggio frammentario, superficiale e inconsapevole, rivela la precarietà di queste conoscenze che ci illudiamo di possedere e di dominare.

Agostino Cornali

Al di là di ogni retorico catastrofismo, io ritengo comunque che questa svolta storica contenga anche dei semi di opportunità, rappresentati dalla profonda, quasi “famelica” voglia di comunicare e di esprimersi che oggi tutti manifestano. Penso che soprattutto per i giovani questo sia un fatto molto importante, anche dal punto di vista psicologico: potrebbe rappresentare un canale di sfogo e di sublimazione di energie che spesso prendono una strada sbagliata, distruttiva e auto-distruttiva.
È ovvio però che questa ipertrofia della comunicazione va disciplinata, organizzata, va costruito un “gusto” che permetta di discernere i frutti “buoni”, che  ci sono, da quelli “cattivi”. L’unico modo per farlo è, ovviamente, leggere, ma non “leggere” in generale, come troppo spesso si dice, soprattutto quando si parla della sproporzione numerica tra chi legge e chi scrive poesia in Italia. Io intendo “leggere” coloro che meglio hanno interpretato l’arte del linguaggio e della comunicazione, cioè i classici, la cui auctoritas è garantita quantomeno dalla loro persistenza nel tempo e dall’accordo generale sul loro valore.
Oggi lo “specifico” della poesia, così come di tutte le arti, è lo specifico che sempre ha avuto in tutti i secoli della sua storia: la cura ossessiva e maniacale della forma, il tentativo sempre disperato e sempre ri-tentato di mettere ordine, di mantenere il controllo, di dare struttura attraverso il linguaggio al caos primordiale del reale e dell’irreale. Questa secondo me è l’unica e altissima dimensione etica della poesia e dell’arte ed è necessaria in un’epoca come la nostra, così poco abituata alla gratuità, alla lentezza, alla fatica di leggere e di scrivere. Una società che ha fatto della comodità e della velocità una vera e propria ideologia.

Con uno stile piano ed elegante, anche se non privo di increspature sulla superficie, affronti materie molto attuali, come il logoramento dei rapporti e l’artificiosità dei nostri paesaggi. Secondo te, scrivere poesia è un modo per dare un ordine alle cose?

Se c’è una lettura che ha segnato la mia adolescenza e la prima formazione di una mia poetica personale è senza dubbio La nascita della tragedia di F. Nietzsche. Ricordo che i concetti di apollineo e dionisiaco contenuti in quell’opera mi folgorarono e da quel momento in poi ho cominciato a pensare all’arte (e quindi anche alla scrittura) come a un tentativo quasi “disumano” di soggiogare le forze minacciose del dionisiaco attraverso la gelida razionalità formale dell’apollineo. Pur restando fedele al nocciolo di questa concezione, col passare degli anni ho leggermente modificato la mia posizione, anche perché ho smesso di credere che la poesia possa dare un “ordine” alle cose. Nella celebre video-intervista che concesse a Marco Paolini, Andrea Zanzotto affermava che la poesia deve “restaurare il vuoto che c’è nel mondo attraverso la trama dei versi e dei ritmi”. La mia poesia ha abbandonato questo ottimismo, non crede in nessun tipo di restaurazione, anzi, spesso vorrebbe che quel vuoto esplodesse, finalmente, per inghiottire tutta la realtà. Con ciò non intendo affermare nichilisticamente che la poesia non abbia alcun valore e che al vuoto del mondo non si possa porre rimedio; intendo dire che la poesia deve essere “visione del vuoto” (o del “niente”, termine che Giancarlo Pontiggia sottolinea nella prefazione al mio libro), eroico sprofondamento nel vuoto. La mia poesia non vuole però evocare direttamente una dimensione “altra” che solo la parola ha il potere di evocare (secondo una linea orfica o ermetica); io adotto invece un procedimento allusivo e antifrastico, parto cioè dalla più banale e concreta quotidianità. Il vuoto è intorno a noi e per vederlo è sufficiente, come dicono i filosofi, “guardare bene”. La mia poesia vorrebbe essere visione di quel vuoto che ci circonda, senza alcun intento celebrativo, né rassegnazione nichilistica, né utopici tentativi di restaurarlo (per esempio attraverso l’impegno civile); e per me non esiste visione senza linguaggio.

Copertina di Questo spazio può essere nostro (LietoColle, 2011)

Il tuo primo libro si intitola Questo spazio può essere nostro. Si tratta di una prova già molto matura nonostante la tua giovane età, e come molte opere prime ha anche l’aspetto di un piccolo romanzo di formazione. Riusciresti a riassumerne i caratteri essenziali?

Come dicevo sopra, il vuoto può essere visto e quindi espresso linguisticamente solo allusivamente o  attraverso un’antifrasi; il titolo stesso del libro, per esempio, è lo storpiamento di uno slogan pubblicitario che non pubblicizza un prodotto, bensì un vuoto, cioè la pura possibilità di affittare uno spazio per reclamizzare un proprio prodotto. Sono rimasto subito affascinato da quest’annuncio, che era accompagnato dall’immagine di un indice puntato verso di me simile a quello dei manifesti dello zio Sam. Mi colpiva il tono di quello slogan, così artificiosamente perentorio che sembrava rivelare dietro quel punto esclamativo la nascosta presenza di un’insidia, di una dimensione malinconica e rassegnata. Mi piaceva anche la scelta della parola “spazio”: un termine geometrico, freddo e impersonale, che avrebbe dovuto allontanare invece che attirare l’affettività del pubblico a cui l’annuncio era rivolto.
Tutto il libro è attraversato da quest’ambiguità, declinata soprattutto da un punto di vista geografico e paesaggistico: i luoghi della mia infanzia e quelli dove vivo tutt’ora, così “segnati” dalle vite e dalle presenze che li hanno attraversati, custodiscono un carico affettivo così potente che per me è insopportabile, e spesso vorrei vederli travolti da quel vuoto che già abita in loro, anche se spesso non è altro che il correlativo oggettivo del mio disagio.
Questa dinamica allusiva e antifrastica, simile a un gioco di specchi, è presente soprattutto nei testi dedicati alla pianura padana, un paesaggio che per me, nato a Milano ma discendente da famiglie montanare, era sconosciuto fino a pochissimo tempo fa, quando ne ho scoperto tutto il fascino e l’orrore e adesso non riesco più a farne a meno.
Un altro filone molto presente nel libro è quello rappresentato dalle poesie popolate da presenze femminili. È ovvio che la “patria d’elezione” di quel vuoto di cui abbiamo parlato sia  quell’intricato nodo di compromesso e finzione che definiamo “amore”. I fantasmi femminili sono molteplici ma nel libro si scorge in filigrana il dipanarsi di una vera e propria storia, che viene seguita dalla sua nascita all’apparente morte, e dico “apparente” perché d’altronde ogni amore cammina sempre con la morte al suo fianco.
Il desiderio perverso che il vuoto travolga tutta la realtà oppure, utopisticamente, che la lasci per sempre e mi permetta di amarla come vorrei, provoca in me una crisi d’identità, che è il tema delle due poesie che aprono e chiudono il libro: in entrambe si parla del nome; in quella iniziale si tratta di un nome, il mio, che non mi appartiene, e in quella finale di un “nome fatto a pezzi, frantumato” proprio perché non riesce ad assolvere al suo compito primario, cioè dare unità e identità al soggetto.

Quali sono i tuoi principali riferimenti letterari? E quelli che credi abbiano influenzato di più la tua scrittura?

Non credo e non ho mai creduto in una presunta superiorità della poesia come genere letterario o della letteratura come arte espressiva. Ritengo che ogni grande artista debba essere onnivoro, capace di contaminare le varie arti, e, all’interno di esse, i vari generi, anche quelli considerati “minori”.
Questo mio libro non sarebbe nato senza molta filosofia, molto cinema, molte serie televisive, ma anche musica e pittura.
QUESTO SPAZIO PUO’ ESSERE TUO!Per restare ai riferimenti letterari devo confessare che anch’essi sono eterogenei e disordinati. La mia formazione è classica, perciò, oltre al tradizionale labor limae e alla cura della struttura delle mie poesie, il mio immaginario si è formato anche sulla base di alcune riflessioni sul concetto di “eroe”, soprattutto per quanto riguarda la tragedia greca (in particolare quella eschilea e sofoclea) e l’epica, e ha avuto come modelli il carattere “visivo” della poesia di Lucrezio e gli scenari apocalittici, macabri e disperati dell’Epodo XVI di Orazio e di Lucano. Accanto ai testi classici collocherei le Sacre Scritture, che ho sempre cercato di mantenere in dialogo con la letteratura pagana e moderna.
Fin da piccolo ho letto molta poesia novecentesca e ho avuto la fortuna di affrontare direttamente i testi ben prima di conoscere e poi insegnare a scuola le varie poetiche, le correnti letterarie, gli aspetti tecnico-formali.
Oltre a quelli già citati, come autori potrei indicare alcuni “classici” del secolo scorso: Pascoli, Montale, Sereni, Borges, Luzi. Per quanto riguarda i viventi, invece, non posso nascondere il mio debito nei confronti di Milo De Angelis, Mario Santagostini, l’americano Charles Simic (tutti e tre citati in esergo al libro) e Valerio Magrelli.
Non posso però tralasciare alcuni grandi autori di narrativa: negli ultimi anni ho letto così tante pagine di Hemingway, Carver, Houellebecq, McCarthy e Michele Mari che non posso non pensare che molti elementi del loro immagino si siano infilati nei miei testi, spesso senza che io me ne accorgessi.

Mi fai curiosare nel tuo laboratorio? Stai lavorando a qualcosa di nuovo? Se sì, come avviene il tuo processo creativo?

Ho scritto solo una decina di poesie da quando il libro è uscito. Per ciò che riguarda la mia produzione non ho nessun “metodo” né alcun tipo di regolarità, e di certo non mi prefiggo mai a priori un progetto o una raccolta in cui inserire i testi che scriverò. Il progetto prende forma insieme alle poesie stesse, man mano che queste vengono alla luce.
Il singolo testo può nascere nei modi più disparati, in genere mi innamoro di un’idea, un’immagine,  un’atmosfera o una frase sentita o letta per caso e attorno ad essa si costruisce pian piano tutta l’architettura dei versi e delle strofe. Spesso sono abbastanza lento a scrivere: dalla prima scintilla alla stesura definitiva possono passare settimane e questo continuo ripresentarsi ostinato dell’idea iniziale lo interpreto come una garanzia di bontà, di fedeltà, una richiesta di esser messa in versi che non posso disattendere. Ultimamente ho notato che la mia scrittura sta subendo una sorta di accelerazione: i testi arrivano alla loro forma definitiva in pochi giorni oppure capisco più in fretta quando un’idea che sembrava buona non ha futuro. Penso che ciò sia dovuto a un perfezionarsi della mia poetica: so cosa vorrei scrivere e so come vorrei scriverlo, anche se spesso fallisco nell’intento.
Da qualche tempo mi sto dedicando anche alla scrittura di racconti. Per una persona pigra e distratta come me è un esercizio faticoso, ma molto stimolante. Misurarsi con un genere regolato da principi, ritmi e tempi così diversi da quelli della scrittura poetica mi ha fatto spesso sentire come un esploratore che vaga a tentoni, senza punti di riferimento con i quali orientarsi. Ti confesso però che a racconto finito sono stato spesso molto soddisfatto di riuscire ad esprimere anche attraverso questo genere letterario il mio amore per la struttura e per l’equilibrio che lasciano trapelare “il vuoto che c’è nel mondo”.

Summary
Article Name
Agostino Cornali: meditazioni sul vuoto
Description
Intervista di Marco Bini ad Agostino Cornali, autore della raccolta di poesie "Questo spazio può essere nostro" (LietoColle).
Author
Publisher Name
Marco Bini

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *